Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: ” ‘A FÈSTE DA BBÁLLE È SSCÍTE MMOSSCE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

” ‘A FÈSTE DA BBÁLLE È SSCÍTE MMOSSCE”

balli-anni-60Traduzione: ( La festa danzante non è riuscita)

Significato: “Una situazione da feste da ballo degli anni 60’: la casa si riempìva di maschi mentre di ragazze manco l’ombra”

Curiosità:  “Nei primi anni ’60, quelli del boom economico, l’Italia aveva voglia di divertirsi e i giovani lucerini non erano da meno, anche se non avevano tante possibilità se non andare al cinema o alle feste organizzate in case private e, in estate, sui terrazzi (sópe i logge). Per organizzare la festa bastavano un giradischi e alcuni dischi, i famosi 45 giri, con scritto il nome di chi li portava. Spesso queste feste non riuscivano, “sguacciavene“, per l’assenza delle ragazze. Succedeva quando le feste erano organizzate a casa dei ragazzi. Andava meglio quando le feste erano organizzate dalle ragazze perché i loro genitori favorivano questi momenti così da poter tenere sotto controllo le figlie, le loro amiche e gli eventuali spasimanti. I balli protagonisti delle feste di quegli anni erano lo shake, il twist, il surf e, soprattutto, sua maestà “ il lento “, quest’ultimo un ballo romantico. All’inizio della festa, per scaricare l’adrenalina si partiva con i balli svelti; a un certo punto, quando l’ambiente si era riscaldato, si abbassavano un po’ le luci, partiva il disco con il lento, “lo slow” come si diceva, e iniziava il guancia a guancia. Era il momento più atteso dai giovani perché ci si poteva conoscere meglio e ci si poteva dichiarare alla ragazza per la quale si nutriva interesse. Nascevano fidanzamenti, piccoli e grandi amori, forse si riusciva a strappare un appuntamento per il giorno dopo, davanti a scuola, oppure si andava incontro a cocenti delusioni. Nelle feste organizzate dalle ragazze, in principio, si cercava di rispettare le rigide raccomandazioni dei genitori della padrona di casa, mantenendo una distanza prudente tra i propri corpi, cosa che bene o male si realizzava se la ragazza non aveva un grande seno. Qualche problema si creava quando la ragazza aveva un seno prosperoso; in quel caso, per mantenere le distanze, il povero giovanotto rischiava di andare fuori tempo, martoriando i suoi piedi. Cercava allora di scusarsi ma riusciva a farfugliare solo qualcosa come se fosse imbarazzato per tanta grazia. Quando i padroni di casa si mostravano tolleranti o non si accorgevano dello smorzamento temporaneo delle luci, allora baci e strette mozzafiato. Non era raro, però, che nel buio si sentisse lo schiocco “ de nu marfále” e l’immancabile frase “ va sfútte a sorete”. Allora alla “ciámba longhe”, con la guancia in fiamme, non rimaneva che battere in ritirata. Era un classico che, in pieno ballo lento, i genitori della padrona di casa, insospettiti da una calma insolita, accendessero all’improvviso la luce e allora si assisteva all’inevitabile spettacolo di capelli fuori posto, di rossetti sbavati, di ragazzi e ragazze con l’aria imbarazzata. In queste feste non mancava “ u cacacázze” che, al posto del ballo, proponesse il gioco della bottiglia o che, durante lo slow, si presentasse con una spazzola o con una scopa, e toccando la spalla del ragazzo di una coppia gli chiedesse il “cambio”, per prendere il suo posto. Era molto in voga in quegli anni “u mbarcamìnde “. Come si spargeva la voce che ci sarebbe stata una festa danzante, allora, con una buona dose di faccia tosta, ci si presentava alla festa pur non invitati, con l’unico scopo, se non buttati fuori immediatamente, di fare qualche ballo, conoscere qualche ragazza e soprattutto scroccare pasticcini o divorare una o più fette di torta. Dopo la metà degli anni sessanta e agli inizi dei settanta, le feste e gli incontri di ballo si tenevano in locali, generalmente abitazioni “suttáne”, presi in affitto con la colletta fra i giovani interessati. Erano, i cosiddetti “club”, dove l’allestimento, in barba alle norme di sicurezza che sarebbero arrivate più tardi, era realizzato in economia, (dalla controsoffittatura, agli impianti luce, al sistema audio), l’arredamento era fatto di mobili vecchi recuperati chissà dove e i dischi erano di proprietà comune. Nei club c’era, quindi, maggiore libertà; si ballava e si amoreggiava. Il locale spesso era utilizzato anche come luogo di ritrovo dei ragazzi per giocare a carte. Spesso, chi tornava dall’università portava gli echi di come si divertivano i ragazzi del nord nelle “discoteche”, dove si suonava e si ballava con musica dal vivo. Pertanto, anche a Lucera si aprirono sale da ballo (‘a Sála Smerálde) con musica e canzoni dal vivo e la partecipazione di complessini locali o della provincia. Insomma, i giovani del tempo si divertivano. Si viveva con più entusiasmo e voglia di cambiare il mondo, perché c’era la certezza del futuro, del lavoro, degli studi.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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