Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: “ABBUSCK’A JURNÁTE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“ABBUSCK’A JURNÁTE”

trappito

foto infocilento.it

Traduzione: (Guadagnare il salario di una giornata )

Significato: “Questo modo di dire si riferisce al fatto che nel passato un po’ tutti facevano dei lavori e dei mestieri per campare e far campare la famiglia”

Curiosità:  “Noi viviamo nell’era del consumismo più sfrenato e tutto, o quasi, è a nostra disposizione; ci sono imprese, artigiani, centri di assistenza e centri commerciali pronti a soddisfare le nostre richieste ed esigenze. Un tempo non tanto lontano non era così; e quando qualcuno aveva un coltello da affilare, una sedia da riparare o una pentola da rattoppare, aspettava che arrivassero gli ambulanti che svolgevano la loro attività in strada spostandosi a piedi con la borsa dei propri attrezzi o con rudimentali carretti trainati a mano o servendosi di una bicicletta. Era il tempo dei cosiddetti “mestieri di strada “. Ogni mattina, gli ambulanti battevano Lucera a tappeto, fermandosi all’imbocco di ogni vicolo, di ogni strada, di ogni piazza, annunciando la loro presenza con un caratteristico grido di richiamo, movimentando per un po’ la quotidiana vita sonnacchiosa. Le nostre nonne e le nostre mamme si stipavano intorno all’ambulante per richiederne i servigi o per semplice curiosità o per prendersi una pausa e spettegolare con la vicina. Mentre i bambini accorrevamo impressionati e interessati a guardare quel curioso spettacolo.

I più caratteristici ambulanti di un tempo erano:

• “U FÍRRE VÍCCHJE” (il raccoglitore di ferri vecchi) che prendeva il nome dal grido che lanciava per le strade: “Cagnáte i fírre vícchje, ‘a ráma vécchje”. Egli arrivava con il suo carrettino trainato a mano o da un asino e acquistava oggetti inservibili di ferro, di alluminio, di ottone, di rame in cambio di denaro o di oggetti per la casa: secchi, piatti, bicchieri, lumi.
• “ U MOLAFÙRBECE (l’arrotino) che arrivava con un carretto, sul quale era fissata una ruota abrasiva, detta mola, da muovere a mano, oppure, in tempi più recenti, su una bicicletta munita di strane appendici, ruote, cinghie e manovelle, e si faceva pubblicità al grido “molafùrbece, è arreváte u molafùrbece“. Egli collegava la pedaliera della bicicletta alla mola con una catena, riempiva d’acqua una piccola scatola, da cui cadevano gocce sopra la mola per raffreddarla, poi cominciava a pedalare e affilava tutto ciò che i clienti gli portavano. Facendo scorrere coltelli, forbici, ecc. sulla ruota abrasiva, in un nugolo di scintille, e saggiando, di tanto in tanto, il filo delle varie lame. • “ U MBRELLÁRE” (l’ombrellaio) che passava al grido “ u mbrelláre, aggiustateve i mbrèlle”, era in grado di riparare sul posto qualsiasi tipo d’ombrello e di vendere
ombrelli usati. Infatti, estraeva dalla cassetta tipica del suo lavoro gli attrezzi del mestiere, quali pinze, cacciaviti, ago e filo, e sostituiva le stecche rotte, ricuciva i teli, cambiava i cerchi di ferro o anche tutto il telo nero dell’ombrello e spesso cambiava i manici, che allora erano di legno e si rompevano molto facilmente.
• “ U CIUNGIUNÁRE” (il raccoglitore di stracci) che arrivava al grido “pásse u ciungiunáre, cagnáte i pèzze vécchje”. Egli andava alla ricerca di stracci vecchi o d’indumenti logori. Non offriva denaro, ma scambiava qualunque straccio con pettini per le ragazze e stoviglie.
• “ U CAPELLÁRE” (il raccoglitore di capelli) che passava al grido “ fèmmene, u capelláre”. Egli raccoglieva, casa per casa, i lunghi capelli, caduti o tagliati, delle bambine, che li portavano sciolti, delle ragazze e delle donne, che li portavano raccolti in trecce. In cambio di questi capelli, che le mamme e le nonne usavano conservare, dava merceria: spagnolette di cotone, aghi per cucito, pettini fini, ditali, cordelle, bambole di pezza fatte a mano. Queste ultime, spesso, venivano messe sedute, nel mezzo del letto matrimoniale.
• “ MBAGGHJASÈGGE “ (l’impagliasedie) che arrivava al grido “ accongiasègge, u mbagghjasègge “. Egli girava con una borsetta di ferri, mentre sulle spalle portava scheletri di seggiole di legno e fasci di fili di paglia molto resistente o di plastica. Procedeva per prima alla pulitura della sedia affidata alle sue cure; poi, prendeva dal fascio fili di paglia o di plastica, che arrotolava più volte sul pianale della sedia, per rifare a poco a poco un nuovo fondo resistente. Era pagato in denaro, ma spesso con prodotti alimentari.
• “ U RAMÁRE “ (il ramaio). Era l’ambulante che vendeva e riparava recipienti di rame cioè utensili indispensabili nella civiltà contadina come conche, tegami, mestoli, bracieri, piatti. Egli passava al grido “ u ramáre, fèmmene “ e provvedeva ad esempio a ricoprire di stagno le parti delle pentole di rame che ne erano rimaste prive per cuocere in sicurezza i cibi. Era pagato generalmente in denaro ma anche con lui si praticava il baratto cioè lo scambio di prodotti della terra contro prodotti o servizi. Questi ambulanti hanno girato per Lucera fino ad alcuni decenni fa; ora questi mestieri non esistono più.“


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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