Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: “L’ACQUE SE MÈTTE DÌNDE E’ SPÁLLE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

” L’ACQUE SE MÈTTE DÌNDE E’ SPÁLLE”

Preci, roccanolfi, anni 70. Un contadino si riposa all'ombra di un aceroTraduzione: (L’acqua va alle spalle)

Significato:  “Il detto riguarda un particolare di vita contadina di un tempo passato. ”

Curiosità:  “Il detto prende origine da una usanza del vecchio mondo contadino lucerino quando era consuetudine che il padrone di terre e latifondi offrisse, nelle pause di lavoro, ai braccianti del vino (víne de sopracchiáre casarole e passacannaruzze) per invogliarli a lavorare con maggior lena (u víne mettéve sánghe). Quando il padrone offriva una brocca d’acqua, il lavoratore era solito dire: “l’acque se mètte dìnde e’ spálle “, facendo così notare che solo il vino, e non l’acqua, avesse un effetto benefico sulle prestazioni lavorative. A quel tempo, la condizione bracciantile e contadina era fatta di fame, disoccupazione, miseria, sfruttamento, analfabetismo, mentre la terra era di proprietà di pochi grandi latifondisti (i tèrre patrunále) che praticavano coltivazioni estensive e pascolo e gestivano l’azienda, di solito, tramite “ u curatele“. Un dipendente che dirigeva l’azienda assicurando il reclutamento dei braccianti, l’organizzazione del lavoro, il controllo sullo stesso e la sicurezza della masseria. Pochi lavoratori erano salariati fissi, ossia lavoravano nella masseria per tutto l’anno; altri erano giornalieri (i jurnatíre: quelli locali; i mareníse: gli stagionali provenienti dalle zone rivierasche della provincia di Bari). Cioè braccianti e contadini senza terra, reclutati all’alba di ogni giorno, per andare a lavorare. Per essere scelti dal curatolo, i primi si radunavano “Abbássce a Porte Tróje “, mentre i mareníse si accampavano di fianco alla Cattedrale, nei pressi del vespasiano da alcuni anni scomparso. Costoro, quindi, lavoravano a giornata con una paga da fame. Era un mondo dove il bracciante era “u cafóne“ che si doveva rivolgere al padrone con il “Don” e “A ssegneríje”. Nel dopoguerra questa odiosa forma di sfruttamento continuò ancora, ma fu contrastata dalle grandi lotte per il lavoro e la terra dei braccianti e contadini poveri. Il movimento di lotta, guidato dal sindacato, costrinse nel 1950 il governo a varare quella che fu definita la Riforma stralcio, (‘A Reforme Fundeareje). Una riforma poco incisiva che solo in parte risolse i problemi della disoccupazione e dell’incremento delle produzioni agricole, di cui aveva bisogno l’Italia. Comunque, si procedette all’espropriazione di terre mal coltivate e non, possedute da grandi proprietari e latifondisti, per una successiva assegnazione delle stesse a braccianti e contadini poveri. L’assegnazione delle terre agli affamati braccianti agricoli, aveva un duplice scopo: contribuire al riscatto sociale ed economico di migliaia di famiglie di braccianti e contadini, ma anche l’obiettivo politico di placare le tensioni sociali nelle campagne, eliminando, nel frattempo, le condizioni che favorivano il consenso al PCI e alla Cgil, sindacato di sinistra. Tentativo che non produsse effetti, nonostante i criteri clientelari praticati per l’assegnazione dei poderi e la scelta punitiva di non assegnare i poderi ai braccianti e contadini comunisti che erano a capo del movimento della lotta per la terra, nonostante ne avessero diritto. Si procedette, pertanto, ad assegnare a ogni nucleo familiare un podere, costituito da circa sette ettari di terreno, una casa colonica, standard e uguale per tutti, cui erano annessi una stalla e un piccolo deposito, e una dotazione di attrezzi da lavoro e alcuni capi di bestiame. A Lucera, in diverse zone dell’agro comunale, furono costruite centinaia di poderi, tutti uguali, (I pudére de l’Ènde Reforme). La suddivisione in piccoli lotti, però, non permise l’affermarsi di aziende competitive. Spesso il podere, per la scarsa estensione della terra coltivabile non riusciva a dare di che vivere alle famiglie degli assegnatari; le stesse produzioni avevano difficoltà a entrare in un mercato che iniziava ad avere riferimenti regionali e nazionali. Anche se la creazione di cooperative specializzate per l’acquisto delle sementi e per la vendita del prodotto, come oleifici e cantine sociali, cooperative ortofrutticole ne permisero la sopravvivenza. Un esempio è stato la Cantina Sociale di Lucera (‘A Candíne Suciále). L’inconsistenza degli appezzamenti, le difficoltà degli assegnatari di attingere al credito e gli effetti della politica agraria del Mercato Comune Europeo (MEC), che puntava in direzione della formazione di aziende capitalistiche, diedero un colpo mortale a questa realtà. Si ebbe, pertanto, il progressivo spopolamento delle zone agricole, con migliaia di assegnatari che, con le loro famiglie, abbandonarono i poderi, preferendo emigrare e andare a lavorare nelle fabbriche del Nord con condizioni di vita ed economiche migliori. Si verificò, di conseguenza, il crollo del valore dei terreni che furono rivenduti a prezzi stracciati ad acquisitori interessati, con l’effetto di ricostruire assetti proprietari e una realtà agraria non molto diversi dal grande latifondo.”


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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