Sfogliando: “S’È JJÚTE A RUBBRECÀ C’U TUPPET’E TTUPPETE!. Il rito della veglia funebre a Lucera


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“S’È JJÚTE A RUBBRECÀ C’U TUPPET’E TTUPPETE!”

veglia-funebreTraduzione: ( L’hanno portato al cimitero con il carro funebre dei poveri)

Significato:  “Espressione utilizzata quando si voleva oltraggiare e umiliare una famiglia o un defunto”

Curiosità:  “Nel passato, a Lucera, dopo il decesso di una persona, i funerali erano segnati da regole e comportamenti tradizionali che li caratterizzavano come vere e proprie rappresentazioni teatrali. Essi, però, si svolgevano in modo diverso secondo lo stato e le possibilità economiche della famiglia del morto. Nelle famiglie benestanti, il defunto, era posto sul letto matrimoniale, dopo che gli si era fatto indossare l’abito elegante e calzare scarpe nuove. Con l’arrivo della bara il defunto veniva spostato dal letto e ivi posto. Se era un uomo, interveniva il barbiere per radergli la barba. Ai quattro lati del letto prima e ai lati della bara poi erano accesi quattro grossi candelabri affinché il defunto potesse vedere e la sua anima non vagare a lungo nell’oscurità. Contemporaneamente si coprivano gli specchi con lenzuola o coperte per evitare, secondo una credenza popolare, che l’anima del defunto potesse rimanere intrappolata nello specchio stesso durante la veglia e anche allo scopo di impedire che nessuno vi si potesse specchiare perché, in questo caso, l’anima del defunto poteva afferrare l’immagine riflessa di una persona ancora in vita portandola con sé nell’aldilà.

Inoltre si spalancavano le porte e le finestre di casa, affinché le anime dei parenti, ritornando dall’aldilà, potessero venire in visita al defunto stesso. E, si sistemavano alcune sedie, nella stanza dove si trovava la salma, per permettere alle stesse di potersi sedere. Di solito, durante la veglia funebre, intervenivano delle donne, appositamente pagate, che piangendo e gridando, esaltavano le virtù del defunto/a. Ai lati dell’uscio di casa venivano poste lunghe liste di tessuto nero, trapuntate d’oro. La gente era informata dell’avvenuto decesso attraverso le campane che suonavano ‘a morto’; più recentemente si affermò l’usanza di affiggere in determinati punti della città manifesti di annuncio morte, listati a lutto, e di attaccarne due ai lati dell’ingresso di casa. Quindi, cominciava un continuo andirivieni di gente che arrivava alla casa del defunto per dire una parola di conforto ai parenti, recitare un ‘requiem’ e salutare per l’ultima volta il defunto. Il giorno del funerale, all’ora stabilita, a rintocchi lunghi si udiva la campana che suonava ‘a morto’; dopo il terzo rintocco, arrivava il prete e partiva il funerale. Il corteo, che partiva dalla casa del defunto, era aperto da corone di fiori, dai membri incappucciati della “congrega” di appartenenza del defunto e dalle orfanelle del convento di Sant’Anna. Quindi, preceduto dalla croce sorretta dal sagrestano, seguiva il parroco, in cotta e stola, affiancato dai chierichetti, che per tutto il tragitto recitavano le preghiere e i canti funebri. Spesso il parroco era accompagnato da altri sacerdoti, il cui numero variava secondo le possibilità del defunto. Poi seguiva Il feretro che era trasportato su un carro funebre di colore nero, allestito con drappi dello stesso colore e frangia dorata. Il carro era trainato da cavalli neri, con le bardature e i fiocchi da parata. Dietro il feretro c’erano i congiunti: le donne, con i veli neri che coprivano i volti afflitti, e gli uomini, con l’abito scuro, la fettuccina nera posta nell’asola dei risvolti delle giacche e una fascia nera sulla manica delle stesse. A seguire sfilavano amici e conoscenti. Infine, poteva chiudere il corteo funebre la banda musicale, che alcune famiglie impegnavano affinché il defunto fosse accompagnato al cimitero da struggenti “marce funebri”. Raggiunta la chiesa, il parroco celebrava la messa cantata in latino e, terminata la cerimonia religiosa, il corteo si riorganizzava per raggiungere il cimitero. La sepoltura avveniva il giorno dopo nella cappella o nel loculo di famiglia. Durante il tragitto, casa chiesa e chiesa-cimitero, al passaggio del feretro, in segno di rispetto, era consuetudine socchiudere gli scuri delle finestre e dei balconi delle case, le porte dei negozi, delle officine e sospendere le attività, se nei paraggi qualcuno lavorava; mentre in strada tutti si facevano da parte per permettere il passaggio del corteo. Queste tradizioni, per evidenti motivi economici, non potevano essere rispettate, se non in minima parte, dalle famiglie dei meno abbienti. A Lucera c’era la consuetudine di trasportare a spalla fino al cimitero i defunti di famiglie prive di risorse; servizio a carico delle Congreghe, in particolare di quella “Della Morte”, se non erano parenti e amici a curare il trasporto. La sepoltura avveniva in un’area disponibile del Cimitero, sotto la nuda terra. Poiché non sempre la squadra dei portatori era disponibile, il Comune decise di istituire il servizio di trasporto delle salme, con un mezzo pubblico. Poiché il carro messo a disposizione non era dei migliori e faceva un rumore infernale con le sue ruote traballanti sulle “chianghètte”, ai lucerini non sfuggì la possibilità di ironizzare anche su questo argomento. Infatti, il carro fu denominato in dialetto: U tuppet’e ttuppete.”


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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