Dialettando 127 – Modi di dire Lucerini


Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 127

A Lucera non si dice “Nel giudicare spesso ci si dimentica del proprio passato” ma si dice
– “MÒ SE METTÈNE TUTTE QUÁNDE A CAMMÍSA LONGHE

A Lucera non si dice “Se non la smetti di farmi arrabbiare commetto un reato grave” ma si dice
– “NEN CI’A FÁZZE CCHJÚ, PRÍME T’ACCÍDE E PÒ ME PRESÈNDE

A Lucera non si dice ” È una persona falsa, subdola, ambigua che si comporta in modo diverso a seconda della convenienza” ma si dice
– “FÁCE ‘NA FÁCCE DA NÁNZE E VÚNE DA RÉTE

A Lucera non si dice “Essere veramente un ingrato” ma si dice
– “MENÀ ‘A FÁCCE DE GGÉSE CRISTE PE ‘NDÈRRE

A Lucera non si dice ” Ha perso completamente la faccia” ma si dice
– “NEN TÉNE CCHJÚ’ ‘A FÁCCE ‘MBÁCCE

A Lucera non si dice ” Nessuno mi da ascolto!!” ma si dice
– “AGGHJE VOGGHJE A PARLA’, MÒ FÁZZE ‘I SCORZE NGÁNNE

A Lucera non si dice ” Il ribollito è un vino dal sapore robusto” ma si dice
– “U REBBULÍTE ÉJE NU VÍNE TROPPE FATTÍZZE

A Lucera non si dice “Avere moglie ed amante è una fonte di guai“ ma si dice
– “ ‘NA FÈMMENE FÁCE ‘NA CÁSE E ‘NA FÈMMENE T’A SCÁSE

A Lucera non si dice “E’ sempre pronto a rimproverare“ ma si dice
– “ÉJE VÚNE CHE STÀCE SÈMBE C’A SCUPPÈTTE MÁNE

A Lucera non si dice ” Nel momento del bisogno tutti gli amici spariscono “ ma si dice
– “I CUMBÁGNE SÒ CÚM’È U ‘MBRÈLLE, QUÁNNE CHJÓVE NN’I TRUUVE MÁJE

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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