Dialettando – “A Lucera si dice 38”, parole che sono diventate obsolete e desuete tra i giovani


Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

Nella società moderna ormai, specialmente tra i giovani, ci si è abituati ad usare parole nuove e, contemporaneamente, c’è un lento declino dell’uso del dialetto, soprattutto nell’uso di parole che sono diventate obsolete e desuete estranee al nostro lessico quotidiano per lo più figlie di un dialetto che oggi si fa sempre più fatica a tramandare.

Ecco alcuni esempi:

ABBAFULIARESE = Infuocarsi, sovreccitarsi
BBUZZARRÀ = Frodare, imbrogliare, ingannare
CUUERTARE = Confezionatrice di coperte
DEJETTARESE = Perdere dignità, degradarsi
ÈCCE-ÓME = Una persona malconcia, sfigurata dal dolore, dalle ferite
FETTIÀ = Uno sguardo che si fa invasivo
GGELÈPPE = È una varietà di rosolio
IUSSCKARESE = Essere colpito da infiammazione, irritazione, arrossamento
JUSSCKATÚRE = Prurito, dolore provato dall’alcool su una ferita
LALLÓNE = Fanfarone, gradasso, guascone
MARENÍSE = I braccianti agricoli stagionali provenienti dal barese
NDUBBARESE = Iirritarsi per un nonnulla
OZZE = Piolo di legno o di ferro
PARAGUANDE = Regalia, mancia
QUACQUERIJÀ = Il leggero gorgoglio del ragù che sta bollendo
SCATENA = Pettine”
TARATÚRE = Cassetto, tiretto
UÀGLJE = Vicolo, varco
VEDELLÓNE = Persona che ha una pancia grossa, prominente
ZAMBÓNE = Fango attaccato alla scarpa

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

 

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