Sfogliando: ” ‘MUGGHJRÈME NA VÓTE ÉJE PRÈNE, ‘NA VÓTE ALLATTE, ÍJE NN’À POZZE MAJE VATTE“


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“‘MUGGHJRÈME NA VÓTE ÉJE PRÈNE, ‘NA VÓTE ALLATTE, ÍJE NN’À POZZE MAJE VATTE”

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Traduzione: (Mia moglie una volta è incinta e una volta allatta e non posso mai picchiarla)

Significato:  “Inizialmente era una locuzione usata per sottolineare il predominio dell’uomo sulla donna da educare a suon di botte, per poi evolversi per evidenziare l’abilità di chi ha sempre una la scusa pronta per venire fuori anche dalle situazioni peggiori ”

Curiosità:  “Per tanto tempo, nella Lucera contadina e popolare, la gravidanza ed il parto, che occupavano circa la metà della vita delle mogli lucerine, furono sempre considerati una tappa obbligatoria e una funzione fisiologica insostituibile delle donne. La gravidanza ed il parto erano accompagnati fin dal momento del concepimento da una serie di credenze e superstizioni così radicate da soppravivere, in un certo qual modo, fino alla civiltà tecnologica dei nostri giorni. Infatti, una volta rimaste incinte, le donne dovevano prestare massima attenzione a tutta una serie di prescrizioni, al fine di evitare che i figli nascessero affetti da malattie e da handicapp.

La gestante doveva:
– non guardare persone o animali brutti, perché altrimenti il bambino sarebbe nato uguale a loro;
– non portare anelli o bracciali o forcine tra i capelli, altrimenti il bambino non sarebbe nato sano;
– non esporsi al soffio del vento altrimenti il bambino sarebbe rimasto tutta la vita con la bocca aperta;
– non mangiare broccoletti e cime di rape e cavoli perché altrimenti sarebbe venuto mal di pancia al bambino;
– bere la birra, utile per il futuro allattamento, perché era facile perdere il latte con un semplice spavento.

Non mancavano alcune accortezze nei riguardi della donna incinta e, soprattuto, del futuro bambino come quella di procurare subito alla puerpera ogni cibo o bevanda da lei desiderato, “ i vuulíje de fèmmena préne “, per evitare che l’erede nascesse con macchie sulla pelle, del colore dell’alimento negato, come il segno della mora, della fragola, o di altra qualsiasi cosa. Addirittura, si credeva che se il bambino nasceva con fra i capelli un ciuffo bianco, non era stato soddisfatto “ u vuulíje de recotte “ .

Queste credenze inducevano parenti, vicine di casa, conoscenti a fare a gara per offrire tutte le cose prelibate alla gestante, soprattutto se si trattava del primo figlio.

Non mancavano certamente le credenze sui segni premonitori circa il sesso del nascituro:
– se la pancia di una donna incinta era a punta, la futura mamma era in attesa di una femminuccia mentre, se il pancione è rotondo era alto, era in arrivo un bel maschietto. Questa è una delle credenze sopravvissuta fino ai nostri giorni;
– se la mamma imbruttiva durante la gravidanza, sarebbe nato un maschietto, se diventava più bella, allora avrebbe avuta una bimba;
– se durante la gravidanza provava dolore alle gambe, sarebbe nata una femmina, al contrario era maschio;
– se la pelle della mamma era piena di acne o macchie, sarebbe nata una femmina, se invece la pelle era tutta liscia sarebbe nato un maschio;
– se nei primi mesi di gravidanza la gestante aveva molte nausee sarebbe nato un maschietto, se invece stava bene avrebbe avuta una bimba
– se la donna gravida cadeva per strada sulle ginocchia, il nascituro era sicuramente maschio, se cadeva sul sedere, era in arrivo una femmina;
– se la donna in gravidanza aveva voglia di cibi salati sarebbe nato un maschio, se invece desidera soprattutto cose dolci sarebbe nata una femmina;
– il bruciore di stomaco durante la gravidanza, era un segno premonitore che sarebbe nato un bambino dalla folta capigliatura;
– bisognava guardare spesso un’immaginetta di Gesù per farlo bello come lui.

Però erano tempi in cui la donna era un indispensabile aiuto per il proprio marito nel lavoro nei campi, per cui neanche la gravidanza era un valido motivo per non lavorare, e non era insolito che si vedesse tornare dalla campagna qualche contadina gravida che portava pesanti fasci sulla testa. Soltanto quando la donna “ère gravida grosse”, cioè qualche settimana prima di partorire, gli era concesso, forse, un po’ di riposo.

Si arrivava, finalmente al “lieto evento”, e anche qui le credenze si sprecavano:
– la fortuna arrideva al nascituro se veniva alla luce il mercoledì, il sabato e la domenica, mentre il lunedì, faceva presagire un una certa volubilità dell’umore, se non veri e propri accessi di pazzia;
– il mese migliore per nascere era gennaio perché iniziando l’anno apriva anche una vita fatta di grande benessere e felicità.

Il parto era per le donne una straordinaria esperienza e, anche, di insidie, perché, in assenza totale di vera assistenza medica e di un ben minima organizzazione sanitaria, presentava sempre grossi margini di rischio con elevati tassi di mortalità infantile e materna. Si partoriva in casa perché era impensabile, sia per mancanza di strutture che il relativo costo, il ricovero in ospedali o cliniche. La prima cosa che si faceva era incaricare qualcuno andare a chiamare la levatrice: “ cúrre, cúrre va chiame ‘a vammane! “, colei che a quei tempi svolgeva tutte le mansioni dell’attuale ostetrica o del ginecologo e che aveva il compito di aiutare le donne gravide a partorire, evitando eventuali complicazioni e portando alla luce nuove vite, con l’aiuto di altre donne sposate già madri, come la madre della partoriente, altre donne di famiglia e le vicine di casa, perché il parto era ritenuto “cosa di donne”.

Per tanto tempo il compito di levatrice venne svolto da “ praticone”, signore prive di vera ed adeguata preparazione medica, ma non di esperienza, un po’ avanti con l’età, sposate con figli, possibilmente vedove, poi successivamente sostituite, in tempi più vicini ai nostri, da vere e preparatissime professioniste, di cui a Lucera si ha ancora viva memoria, avendo fatto nascere intere generazioni; chi non ricorda ad esempio le Sig.re Lombardi e Sponzilli ad esempio? Solo in caso di parto difficile veniva chiamato, per chi se lo poteva permettere, un medico e non era infrequente l’alternativa di salvare o la mamma o il bambino. Una volta che la puerpera aveva partorito, “ ‘a vammane”, termine che etimologicamente deriva da mamma, perché, sotto certi aspetti, veniva considerata come una seconda mamma sia per la partoriente che per la creatura, venuta alla luce, provvedeva a tagliare il cordone ombelicale del bambino o bambina e a buttare, a modo di augurio, nel fuoco del braciere o del focolare il pezzo di cordone tagliato. Per avere latte buono e per evitare l’insorgere di febbri soventi dopo il parto, si dava, se possibile, alla neo mamma, brodo di pollo per tre giorni. Il parto era un evento familiare, intimo, ma subito dopo accorrevano le parenti e le vicine ad aiutare la puerpera, o andavano a far visita e congratularsi ed ognuna diceva la sua sul nuovo nato: “ ‘A fatte nu fiore de crijatúre, tutta salúte! “, “ Che pízze de crijatúre, assemègghje tutt’o padre! “, se era maschio, “ Èje propeje ‘na bbèlla femmenucce! “ se era femmina..


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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