Sfogliando: “CUMBÀ CALMETE, CHE U CARCERE È FFETÉNDE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

carcere-lucera“CUMBÀ CALMETE, CHE U CARCERE È FFETÉNDE”

Traduzione: “Amico resta calmo, perché non immagini quando sia spaventoso finire in carcere”

Significato:  “Questa locuzione dialettale è un esplicito invito ad affrontare qualsiasi problema con tranquillità, senza farsi prendere dall’ira, usando come metafora le carceri che sono rappresentate come luoghi di sofferenza umana e criticità imprevedibili”

Curiosità:  Da qualche tempo e fino agli anni ’60 del secolo scorso Lucera era considerata il più importante centro culturale della Capitanata e tra i più significativi della Puglia. Infatti, era la sede d’importanti istituzioni pubbliche (Tribunale, Liceo-ginnasio e annesso Convitto nazionale “Ruggero Bonghi”, altri istituti scolastici superiori, ospedale “Lastaria”, Biblioteca comunale e altri uffici pubblici), su cui gravitavano il Sub Appennino e la parte nord-occidentale del Gargano.
Negli ultimi anni, però, per un insieme di cause, ha iniziato a perdere la sua funzione e con la chiusura o lo spostamento nel capoluogo provinciale d’importanti istituzioni ha subito un duro colpo al suo prestigio. Un’istituzione, comunque, anche se non si può ritenerla un vanto cittadino, continua a stare al suo posto: U CARCERE (il carcere giudiziario).
Datare la presenza di un carcere pubblico a Lucera è un po’ difficoltoso. Si può affermare che nel 1579, a seguito della riorganizzazione territoriale del regno di Napoli, la sede della Regia Udienza della Capitanata e del Molise fu trasferita da San Severo a Lucera. Pertanto, si può presumere che a seguito di tale trasferimento siano state messe a disposizione relative prigioni.
Le prime notizie documentate sulla presenza di carceri pubbliche a Lucera risalgono all’inizio del 700’ quando nell’attuale Palazzo De Peppo, sito tra Piazza Salandra (già Piazza dei Tribunali Vecchi, alle spalle della Cattedrale), l’antico Vico Quaranta da un lato e Piazzetta del Vecchio (Arréte Pedóne) dall’altro, venne ospitata la Regia Udienza della Capitanata e del Molise, con annesse le carceri pubbliche.

Costruito tra il 1795 e il 1808, il nuovo Palazzo di Giustizia, ospitò anche le carceri che occupavano il piano terra del nuovo Tribunale, spazio che ben presto si rivelò insufficiente. Pertanto, si trovò una nuova soluzione, destinando anche a prigione parte dell’antico convento dei Francescani, posto alle spalle della Chiesa di San Francesco.
Le due sedi, ben presto, mostrarono la loro inadeguatezza sia con riferimento al problema del sovraffollamento, sia per l’inadeguatezza dei locali sia per problemi di ordine igienico-sanitario riguardanti i detenuti sia per il pericolo della diffusione di tutta una serie di malattie infettive in città.
Queste ragioni resero impellente la ricerca di una soluzione definitiva, individuata nella costruzione dell’attuale Casa Circondariale di Lucera, che fu inaugurata nei primi mesi del 1907. Da allora è trascorso più di un secolo e, di fronte alle nuove esigenze sorte, si ipotizzò la costruzione di un nuovo moderno complesso sulla strada provinciale per Biccari.

Nella Casa Circondariale di Lucera, per attività sindacale, fu detenuto nel ’21, per alcuni mesi e fino al giorno della sua elezione a deputato, Giuseppe Di Vittorio. All’uscita dal carcere fu accolto da una grande folla alla quale parlò, in un comizio improvvisato in largo Marotta oggi piazza Guglielmo Oberdan. Di Vittorio, uomo del Sud, padre del sindacalismo moderno e padre della Costituzione della Repubblica è ricordato con una lapide posta sul muro di cinta del carcere, in prossimità del portone d’ingresso, e con la sua cella adibita a stanza museale. “.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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