Sfogliando: “CÁRNA COTTE NEN TORNE A’ CHIÁNGHE“


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“CÁRNA COTTE NEN TORNE A’ CHIÁNGHE”

Donna-verginitaTraduzione: ( La carne cotta non torna in macelleria)

Significato:  “Questo proverbio, che è un po’ il simbolo di un’epoca, vuole significare che una donna sedotta e che aveva perso la propria verginità prima del matrimonio, poteva solo recriminare sul proprio comportamento, essendo rimasta senza l’onorabilità”

Curiosità:  “Nella Lucera dei primi anni 60, ma anche dopo, era consuetudine molto consolidata che appena ottenuto un lavoro sicuro e una certa solidità economica, scopo principale del maschio lucerino era quello di sposarsi, ovviamente con una ragazza ancora vergine, perché la morale vigente impediva assolutamente alle donne i rapporti sessuali fuori dal matrimonio. Infatti la verginità era considerato un valore inestimabile, uno stato di purezza o integrità incontaminata, parte integrante, fondamentale della dote, indispensabile, come il corredo, un baluardo che ogni ragazza teneva ben conservato, pronta ad offrirlo allo sposo, la prima notte di matrimonio. L’imene non manomesso era una sorta di garanzia per trovare sicuramente marito e solo l’idea di perdere la verginità prima del matrimonio era considerata una grande tragedia e ignominia. Una ragazza che non rispettava queste regole, era considerata “ na fèmmena scadúte “; da additare alla pubblica disapprovazione, con la prospettiva di rimanere zitella per tutta la vita . Per questo le mamme non si stancavano mai di raccomandare alle proprie figliole di concedere il concedibile e di fare in modo che le effusioni amorose tra fidanzati non dovessero superare certi limiti: “pìzzichi e vase nen fanne pertúse, mane c’allissce nen face crijatúre”. Ma a quel tempo esisteva la figura, terrore di ogni mamma che aveva una figlia da maritare, dello “ sciupafèmmene “, seduttore senza scrupoli, che con una improbabile promessa di future nozze, faceva capitolare le ragazze e subito dopo le lasciava, manifestando tanta indignazione e dichiarando pubblicamente che mai avrebbe sposato una ragazza oramai non più vergine e sicuramente da considerare poco seria. In passato, a Lucera ci sono state ragazze che, disperate per l’abbandono, sono state protagoniste di tragici gesti incosulti. L’importanza che veniva data alla verginità arrivava al punto che la madre dello sposo, immancabilmente, come prova la verginità della sposa, la mattina seguente al matrimonio, andasse a verificare, accompagnata da una parente o da una amica, se le lenzuola erano macchiate di sangue, mettendo le stesse stese fuori stese per far conoscere a tutti che tutto era andato bene. Nella malagurata ipotesi che non c’era perdita di sangue, si arrivava a riportare la sposa presso la casa paterna. Ma alla fine degli anni 60 arrivò strisciante anche nei nostri paesi, come effetto collaterale del 68’, la rivoluzione sessuale che spazzò via tutte le certezze del maschio lucerino, liberando le donne dal tabù della verginità”


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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