Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: “PURTÀ U CUNZE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

” PURTÀ U CUNZE “

conzoTraduzione: (Offrire il consolo).

Significato: “Pranzo che parenti, compari, amici e vicini offrivano e servivano in casa ai familiari di un defunto“

Curiosità:  “Nella Lucera di una volta la morte era attesa sempre in casa; anzi morire nella propria casa era un tratto caratteristico della società del tempo. Era considerata quasi disdicevole la morte in una struttura sanitaria, anche perché quasi nessuno si poteva permettere le spese di un ospedale. Prima del trapasso veniva chiamato il parroco per la somministrazione dell’estrema unzione. Dopo il decesso, il defunto era adagiato sul letto matrimoniale, ove restava per quarantotto ore, mentre la famiglia partecipava alla veglia funebre insieme a parenti e amici. Da subito i familiari maschi si facevano cucire una fascia nera al braccio sinistro della giacca o del cappotto, mettevano la cravatta nera e, se lo portavano, usavano un cappello nero; mentre le donne indossavano abiti e calze nere.. Durante la veglia i parenti, benché prostrati per la dipartita, ad alta voce parlavano del morto, delle sue qualità e della sua bontà, ricordando momenti ed episodi di vita vissuta. Mentre s’intervallavano invocazioni, pianti, sospiri e grida. Nel tempo dal decesso al funerale e per qualche giorno dopo il funerale, i familiari del defunto non uscivano da casa, non facevano la spesa né cucinavano; addirittura non si faceva il bucato per non potere stendere all’esterno i panni da asciugare. L’aiuto arrivava da parenti, amici, vicini e compari di battesimo o di matrimonio, i quali a turno portavano nella casa del morto, dopo il funerale e per più giorni, un pranzo completo, insieme a posate, bicchieri, tovaglie,tovaglioli e a quant’altro necessario. Questa sorta di un pranzo consolatore era chiamata “cunze” ed era consumato in onore del caro estinto estinto; ma il suo significato simbolico era quello di riavvicinare chi restava al piacere della vita che continuava. La tradizione del “cunze“, si è quasi completamente persa. Oggi ci sono agenzie funebri che a richiesta organizzano anche il banchetto funebre. Così come si è persa la tradizione d’inviare ai partecipanti alla veglia funebre bricchi di caffè, cioccolato, latte, e savoiardi; servizio che era fornito, su richiesta di parenti e amici, da bar in grado di garantirlo ”.

Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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