Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: ” MÒ CHE ÀMMA FFÀ, L’OPERE I STRAZZULLE?”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

” MÒ CHE ÀMMA FFÀ, L’OPERE I STRAZZULLE? “

burattiniTraduzione: (Adesso cosa facciamo, il teatrino delle marionette?).

Significato: “Ora dobbiamo dare spettacolo?“

Curiosità:  “Il modo di dire prende origine dal fatto che a Lucera e in altri paesi della provincia di Foggia l’Opera dei Pupi era chiamata l’OPERE I STRAZZULLE. Sull’origine del nome ci sono varie versioni. La prima fa riferimento alla famiglia Strazzulli di Foggia, proprietaria dei locali dove si tenevano le rappresentazioni dei pupi; la seconda attribuisce questo nome al fatto che, nel Gargano, le marionette erano chiamate “strattudde”; l’ultima, infine, farebbe derivare il nome da un personaggio dell’Opera dei Pupi, chiamato “Strazzullo”. L’Opera dei Pupi, teatro epico popolare importato dalla Spagna, si sviluppò prima a Napoli, in seguito, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, nel meridione e, soprattutto, in Sicilia. Inizialmente il repertorio era costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio; poi ne fecero parte anche narrazioni riguardanti vicende di persone comuni, di carabinieri e briganti e le farse di Pulcinella. “ U pupáre “, che era al tempo stesso il realizzatore, il manovratore, l’autore e il regista dell’OPERE I STRAZZULLE, si poneva su di un ponte che stava sopra la scena e da lì gestiva i movimenti delle marionette. Esistevano dei copioni che erano semplificati nel linguaggio e nell’intreccio, ma la recitazione era di solito improvvisata sostenuta da un particolare estro creativo. A Lucera l’OPERE I STRAZZULLE, ubicata in una cantina al nr. 38 di Via Giovanni Bovio (‘A Stráde Mosche’), era gestita da una certa Donna Tanella (la signora Gaetana), le cui rappresentazioni erano destinate al popolino perché la “Lucera Bene” del tempo, frequentava il Teatro Garibaldi. I lucerini, che conoscevano a memoria le storie, amavano queste rappresentazioni, riconoscendosi nei vari personaggi e vi assistevano sgranocchiando durante lo spettacolo, “ nucèlle, cìcere, fáfe, spassatímbe e salatille”. Sulla scena sostanzialmente si conduceva la lotta tra il bene e il male, con l’ultima scena, che vedeva sempre, tra il tripudio generale degli spettatori, il trionfo del pupo “buono” e la condanna del pupo “cattivo” , contro il quale venivano lanciate “ i scorze “ di quanto sgranocchiato. Anche i soldati americani, di stanza a Luceva, amavano questi spettacoli al punto da chiamarli “Strazzy Opera”. Dopo gli anni ’50 , le nuove forme di comunicazione e i nuovi gusti del pubblico hanno portato lentamente nell’oblio il genere. Di questa forma di rappresentazione teatrale non è rimasto niente se non alcuni modi di dire: “MÒ CHE ÀMMA FFÀ, L’OPERE I STRAZZULLE?” per indicare “Ora dobbiamo dare spettacolo?; “‘A PÚPE I STRAZZULLE” per indicare una persona che si muove a tratti, come le marionette, appunto. ”.

Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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