Sfogliando: “PÚRE OGGE SE MMAGNE A CASA VINDOTTE“


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“PÚRE OGGE SE MMAGNE A CASA VINDOTTE”

Mangiare a sbafoTraduzione: (Anche oggi si mangia a casa ventotto)

Significato:  “Ormai è diventata un’abitudine mangiare a scrocco”

Curiosità:  “Nelle radici della cultura popolare lucerina esiste il modo di dire “ MAGNÀ A CASA VINDOTTE “ che si utilizza per indicare il mangiare e il bere a sbafo, a scrocco, a ufo, a spese di altre persone e quindi gratuitamente, senza pagare e senza contraccambiare , o, semplicemente, perché invitati a pranzo o a cena da un parente o da un amico. L’origine della locuzione, nonostante oggi abbia un’accezione tutt’altro che positiva, nella versione più accreditata sembra derivi da una nobile iniziativa: si dice nacque dal fatto che a Napoli in una certa strada al numero 28 era ubicata una mensa per i poveri, dove giornalmente venivano distribuiti pasti gratuitamente. Ci sono però altre tesi che ci riportano alle origini di questo modo di dire. Una fa riferimento al fatto il giorno 28 segue il 27 – San Paganino, giorno in cui, una volta, veniva pagato lo stipendio, per cui ci si poteva autoinvitare in quelle case in cui esso era stato già riscosso e quindi c’era maggiore possibilità di trovare la tavola imbanditita in maniera più ricca. San Paganino era stato eletto patrono dei lavoratori ed era l’unico santo che aveva il privilegio di essere onorato dodici volte all’anno, tradizione che si è persa a causa dell’attuale diversificazione delle date utili per il pagamento degli stipendi. Un’altra ipotesi, troppo erudita per farla risalire a una locuzione dialettale,ci riporta all’antica Grecia e precisamente a Platone, per il quale per imbandire una buona tavola e fare bella figura il numero perfetto dei commensali era 28. L’ultima versione, risale a tempi più recenti alla cucina rinascimentale del ‘500 di un famoso cuoco Bartolomeo Scappi che incise le famose 28 Tavole sull’arte del cucinare. Esiste anche il modo dire per esprimere la delusione per non essere riusciti a mangiare a scrocco e cioè “ SÍME JJÙTE PE MAGNÀ A CASA VENDOTTE, MA ÀMME TRUUVATE NU FÍTE DE DEJÚNE! ”


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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