Sfogliando: Storia dell’influenza spagnola a Lucera


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

spagnola-lucera“Storia dell’influenza spagnola a Lucera”

Nel dialetto lucerino la locuzione FRÈVA MALÍGNE viene utilizzata, in genere, per indicare ogni fenomeno epidemico che può condurre alla morte

Curiosità: L’epidemia di influenza autunnale ed invernale è, da tempo, un evento conosciuto da tutti noi, che, nel mondo moderno, viene combattuta, come misura preventiva, con il vaccino antinfluenzale che è un preparato che difende l’organismo dal virus dell’influenza, stimolandolo anticorpi contro di esso, e con un ricco armamentario medico e profilattico, nel caso venga contratta. Però, alcune volte accade che quella che sembra una ordinaria malattia annuale possa correre il rischio di trasformarsi in un’epidemia in grado di colpire in più parti del mondo con un alto numero di casi ed elevata mortalità, come quella che. poco più di cento anni fa, colpì l’umanità. Secondo le fonti più accreditate essa ebbe origine negli Stati Uniti, in una caserma militare ed in pochi giorni fu contratta da centanaia di soldati, con qualche morto. Poi il virus, complice lo spostamento di una massa enorme di truppe americane che parteciparono al primo conflitto mondiale, si diffuse con grande rapidità in tutti i fronti del mondo. Inizialmente la censura militare, allo scopo di non fornire un elemento propagandistico al nemico e non fiaccare il morale dei soldati, cercò in tutti i modi di occultare dati sull’entità dell’epidemia, la cui prima ondata si spense ben presto. Ma nella primavera del 1918, una seconda ondata, ben più virulenta, tornò a visitare le postazioni militari, e, a causa probabilmente, dei festeggiamenti per la fine della guerra, finì per diffondersi anche tra la popolazione civile. L’unico paese dove i giornali dettero ampiamente notizia dell’epidemia e dei suoi effetti fu la Spagna, che non era in guerra, anche perché la malattia aveva colpito tra gli altri il Re Alfonso XIII, costringendo a letto circa otto milioni di spagnoli, paralizzando un’intera nazione. Fu così che in tutto il mondo si cominciò a parlare impropriamente di “influenza spagnola”, chiamata anche “influenza dei tre giorni” o indicata semplicemente come “ lo stranomorbo“ . Siccome i servizi sanitari e le conoscenze mediche di allora non erano certamente quelle dei giorni nostri, le autorità politiche e sanitarie di ogni nazione si trovarono impotenti di fronte all’evento perché il mondo medico fatigava a capire l’origine e le modalità di quanto stava accadendo, non avendo, perdipiù, soluzioni pratiche e sanitarie per combatterlo. Anche in Italia, con il ritorno dei soldati dal fronte, l’epidemia si diffuse in ogni parte del paese al puno che il Ministro dell’Interno fu cotretto ad emanare, in tutta fretta, “Le istruzioni popolari per la difesa contro l’influenza”, che consistevano sostanzialmente nell’attuazione di operazioni di disinfestazione di ogni luogo pubblico e nel divieto di assembramenti, con consigli sia alla popolazione che ai medici, ma qualsiasi intervento si scontrava con la virulenza dell’influenza e con le notevoli carenze igienico sanitarie che interessavano la maggior parte delle abitazioni. Ben presto l’epidemia arrivò anche in Capitanata che fu una delle provincie più colpite, diffondendosi nella totalità dei centri urbani, al punto che il Prefetto di Foggia fu costretto ad emanare ordinanze severissime che andavano dal divieto assoluto di ogni forma di assembramento, a norme che imponevano, addirittura, il divieto di fare visita a coloro che erano colpiti dall’influenza, di organizzare le veglie funebri ed i funerali. All’inizio dell’autunno del 1918 arrivò anche a Lucera, raggiungendo il picco di contagiati e di decessi tra la metà di ottobre e l’inizio di novembre con oltre quaranta morti al giorno, con un totale finale di quasi 500 morti ufficiali. Il virus si dimostrò alquanto democratico, colpendo ogni strato della popolazione con una particolare predilezione per i giovani in buona salute lasciando stare vecchi e malati, circostanza che venne giustificata con la presenza di difese immunitarie acquisite per epidemie precedenti. Tra le vittime illustri ci fu anche il vescovo Lorenzo Chieppa, che, nonostante le raccomandozioni prefettizie, non si era sottratto, in quei giorni ai suoi doveri pastorali. Le autorità comunali lucerine, impotenti, non adottarono misure profilattiche particolari ad eccezione dell’isolamento dei malati gravi e l’uso di consistenti quantitativi di disinfettanti in ogni strada, piazza, vicolo di Lucera e la disinfestazione delle case, rimedi che, anche a causa della mancanza dell’utilizzo di ogni forma di prevenzione, si dimostrarono alquanto inutili. Quando il numero dei decessi raggiunse l’apice, si verificò lo strano fenomeno della carenza di bare, per la cui costruzione venne utilizzato ogni tipo di legname disponibile, arrivando, alla fine,al trasporto dei cadaveri fino al cimitero su carrette. Caso limite, evento tramantato oralmente, fu quello di una famiglia il cui padre, al ritorno a Lucera dopo un periodo di lavoro fuori, trovò i suoi nove figli tutti morti per l’influenza. Finalmente questa immane tragedia finì e la spagnola scomparve improvvisamente, probabilmente per una mutazione del virus in una forma meno letale, dimostrando che l’uomo è sempre sopravvissuto ai virus e alle epidemie.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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