Sfogliando: “GGEVENÒ ÀMMA TAGGHJÀ? ”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

piazza della repubblica“ GGEVENÒ ÀMMA TAGGHJÀ?”

Traduzione: “Giovanotto, tagliamo?”

Significato:  “Invito con cui il venditore di fichi d’india invogliava i giovani a mangiarli”

Curiosità:  A Lucera, fino alla seconda metà del ‘900, di sera e nei giorni festivi, alcuni venditori sui generis, vendevano i loro prodotti in Piazza Duomo e agli angoli di alcune vie limitrofe. Erano tutti personaggi singolari che utilizzavano slogan “casaróle” (locali) per meglio pubblicizzare i loro prodotti.

Ne ricordiamo qualcuno:
• alle spalle della Cattedrale (arrét’a Morte), quando era tempo, si trovava il venditore di fichi d’india che, con grande capacità tagliava la corteccia del frutto senza che nessuna spina s’infilasse nella pelle delle sue mani. Costui offriva il frutto per poche lire, invitando gli avventori con “Ggevenò àmma tagghjà?”;
• tutte le sere, “vecín’a Velardíne”, presso la fontana di piazza Nocelli, si alternavano, con i loro banchetti “TRÈ BBASTÓNE” e “CAVEDE, CAVEDE”, che vendevano “spassatimbe, cicere arrestúte, castagne cavede e salatílle” (semi di zucca, ceci e castagne arrostite, lupini). Il secondo era famoso per il grido con cui richiamava l’attenzione “Cavede e fracete!!!” (castagne calde e andate a male);
• sempre in Piazza Nocelli, stazionava il baracchino di “Gelarde” dove, al grido “Cavede, cavede” e preceduti da un odore invitante che si propagava per tutta la zona, trovavi “i squagghjuzze” (triangolini di polenta fritta), preparati con “‘a faríne ggialle de granedíneje” (farina di granturco);
• accanto alla Lapide dei caduti (a volte anche “vecín’a Velardíne”), di mattina e di sera, c’era Hameluk, dall’aspetto arabeggiante con grembiule bianco e cappello tipo fez, che vendeva caramelle alla menta, ricoperte con un incarto rosso, prodotte artigianalmente, d’incerta composizione e provenienza. Erano pubblicizzare come caramelle che guarivano tutti i mali, soprattutto erano miracolose per la gola, la tosse e contro il fumo. Hameluk invitava la gente ad avvicinarsi al suo baracchino con il grido “Hameluk, la caramella della salute, tosse fumo, tosse fumo”. I ragazzini, assiepati intorno al suo tavolino d’esposizione, aspettavano che si distraesse un po’ per prendere una mangiata di caramelle; ma se scoperti erano colpiti benevolmente sulla mano da un colpo di frusta, mentre HameluK continuava a parlare;
• ogni fine settimana del periodo propizio, all’angolo del Bar Saraceno, s’incontrava il venditore di “canalicchje “ (molluschi: cannolicchi o cappelunghe), contenuti in due tinelli di legno ripieni di acqua di mare, il quale, al grido “Canale e canalicchje”, li apriva, li spruzzava col limone e li offriva agli appassionati di questa prelibatezza;
• a lato della “Chíse Granne” (cattedrale), d’estate, soprattutto nel periodo delle feste patronali, c’erano il baracchino che vendeva bibite, orzata, anice, ecc. e quello che vendeva la granita ai diversi sensi;
• sporadicamente si presentavano i venditori di rane, contenute in appositi recipienti, già preparate e pronte per essere cucinate.

Poi, c’erano ambulanti particolari:
• all’inizio di via Lombardi, sostava il cantastorie che, oltre a raccontare, con accento barese, gesta e storie di briganti ed eroi, vendeva bigliettini su cui erano scritti previsioni e oroscopi che un pappagallo pescava a caso da un caratteristico contenitore;
• dietro la Cattedrale, in determinati periodi, si vendevano i giunchi che servivano per legare i rami delle viti e delle erbe secche utilizzabili per accendere stufe a legna e camino.

L’unica attività di vendita in strada sopravvissuta è quella del “cupetáre” (venditore di copeta). Parliamo del banco di Ajtanílle (Gaetano De Mare), gestito dai suoi discendenti, sempre presente in Piazza Nocelli, la domenica e le feste comandate. Perché non si è persa la tradizione di acquistare “i nucèlle amerecáne”, “i nucèlle nfurnáte”, “i nóce” e, soprattutto, “ ‘a cupéte” (nocciole, arachidi, noci e, soprattutto, il tipico dolce, la copeta).


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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