Sfogliando – Detti e Contraddetti…così per dire: “U TÁTTE U CAPISSCE E ‘A TUTUTÈLLA NNÒ!!!! “


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“U TÁTTE U CAPISSCE E ‘A TUTUTÈLLA NNÒ! “

Sant'Anna LuceraTraduzione: (Il cacchio lo capisci e la cordicella/codichella no!).

Significato: “Riferito a coloro che, in consapevolmente o consapevolmente , capiscono solo quello che gli fa più comodo”.

Curiosità: In un’ipotetica classifica delle espressioni del dialetto lucerino più utilizzate, la locuzione “U TÁTTE U CAPISSCE E ‘A TUTUTÈLLA NNÒ!!!!” si classificherebbe ai primi posti. L’origine del detto ha varie storielle di riferimento. Le più famose sono due. La prima ha come scenario il seicentesco convento dei Frati Cappuccini, costruito con i resti dei vicini monumenti romani (il tempio di Cerere e l’Anfiteatro). Affidato ai francescani, qualche secolo fa, venne chiuso nel 1811 a seguito di una legge promulgata da Giuseppe Bonaparte, Re di Napoli. Riaperto, venne abbandonato definitivamente nel 1867. All’inizio del 1900, per iniziativa della nobildonna lucerina Maria de Peppo Serena e con le offerte delle più ricche famiglie lucerine, il convento venne ristrutturato e divenne la sede della Casa di riposo “Maria de Peppo Serena”, la cui conduzione venne affidata alle suore di San Vincenzo de Paoli. Recentemente l’ospizio è stato definitivamente chiuso. Nell’orto della Casa di riposo lavorava, come garzone, tale “TATILLE” che aveva un congenito difetto di pronuncia. Un giorno nell’attingere l’acqua dal pozzo per dare l’acqua all’orto, la cordicella (nel suo linguaggio la tututèlla) legata alla carrucola scivolò nel pozzo, provocando un’imprecazione di Tatille che esclamò “Oh cacchio! (nel suo linguaggio “tátte”). Sfortunatamente per lui l’imprecazione venne ascoltata dalla suora Superiora che lo redarguì aspramente per la parolaccia pronunciata. Inutilmente il poverino cercò di spiegare che la sua reazione era stata provocata dalla perdita della tututèlla. Poiché la religiosa non riusciva a capire a cosa si riferisse, stanco di quella incomprensione, Tatille all’improvviso sbottò: ’U tátte u capissce ‘a tututèlla nnò!!!!”.La seconda versione ha come scenario un altro convento, quello di S.Anna, ubicato in Piazza Duomo. Sede a partire dal 1600 dell’’Orfanotrofio femminile, affidato dalla fine del 1800 fino al 1985 alle Suore di S.Anna, dove vivevano ed erano educate le orfane nubili e le giovani figlie delle famiglie povere. L’edificio è attualmente inutilizzato a seguito dei danni riportati a causa di un terremoto. Un falegname, chiamato dalla Superiora delle suore, si recò presso il convento per eseguire dei lavori di riparazione, accompagnato da un apprendista, anche lui con un congenito difetto di pronuncia. A lavoro eseguito, al rientro in bottega il falegname si accorse di aver dimenticato in convento “ ’a cutuchèlle “ cioè un pezzo di cotica di maiale per proteggere le seghe dalla ruggine. Pertanto, incaricò l’apprendista di recarsi nuovamente colà a riprendere l’attrezzo che, nel linguaggio particolare di quest’ultimo, era diventato la tututèlla. Giuntò in convento cercò inutilmente per ben tre volte di spiegare alle suore il motivo per cui era lì, senza risultato perché la frase “ A ditte ‘u mastre che vole a tututèlla “ riusciva a queste incomprensibile. Esasperato non trovò di meglio che esclamare: “ E che tátte”; provocando il giusto risentimento delle suore per la parolaccia pronunciata. Al povero ragazzo, messo alle strette, non rimase che rispondere a una suora particolarmente offesa: ’U tátte u capissce ‘a tututèlla nnò!!!! ”

Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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