Intenso profumo di Puglia al 76° Open d’Italia di Golf. Presente anche Lucera.it


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Francesco Laporta

Dal 10 al 13 ottobre, si è tenuto a Roma, all’Olgiata Golf Club, la 76ima edizione dell’Open d’Italia di Golf, uno dei tornei più importanti del circuito europeo maggiore, con un montepremi di 7 milioni di dollari.

Il “field” era di primissima scelta, con in campo ben 4 dei primi 20 giocatori della classifica mondiale (J. Rose, F. Molinari, P. Casey e S. Lowry)

“Lucera.it” era, ovviamente, presente, nella persona dello scrivente, sia in campo che in sala stampa, per seguire le 4 giornate dell’evento.

Il torneo è stato vinto dall’austriaco Bernd Wiesberger con lo score di -16 (66-70-67-65), che ha preceduto di un solo colpo l’inglese Matthew Fitzpatrick (67-65-68-69). Essi hanno intascato rispettivamente 1.059.540 euro e 706.357 euro.

Ma la nota “territorialmente” più positiva è stata lo straordinario piazzamento, settimo, del pugliese (di Castellana Grotte) Francesco Laporta, il quale, oltre a portarsi a casa i 164mila euro del premio per tale piazzamento, si è anche aggiudicato il trofeo come miglior italiano, circostanza tutt’altro che trascurabile visto che, tra gli italiani in gara, c’era anche, come già ricordato, Francesco Molinari, numero 11 del ranking mondiale.

Dopo l’Open, Francesco Laporta è stato cosi gentile da concederci una breve intervista (per la quale ringraziamo anche “Bottega per Comunicare” per la collaborazione e per la foto).

– Complimenti per l’eccellente prestazione a questo Open d’Italia. Hai gestito benissimo la pressione nelle ultime 9, quando erano in palio sia la top-ten, sia il piazzamento come miglior italiano. In che misura pensi che questo weekend possa rappresentare un turning point nella tua carriera?

Sinceramente non so se è proprio un turning point. E’ stato di certo un weekend importante, davanti a tanta gente, che mi ha dato enorme soddisfazione. Se sarà davvero un turning point si vedrà.

– Hai guadagnato un centinaio di posizioni nell’OWGR; ora il finale di stagione 2019 diventa ancora più importante. Com’è la tua situazione in termini di card per l’European Tour “maggiore” e, in quest’ottica, come hai organizzato i prossimi 1-2 mesi?

Il prossimo mese e mezzo è organizzato sempre in base alle gare del Challenge Tour; il mio obiettivo è sempre lo stesso, ovverosia finire nei primi 15 (della classifica annuale di tale Tour, ndr) e conquistare, in quel modo, la carta per il Tour “maggiore“. Aver guadagnato quasi 100 posizioni nel world ranking mi ha portato a raggiungere la mia miglior posizione in carriera: 239 al mondo. Ovvio che vorrei fare sempre meglio, magari entrare dentro i primi 200 prima della fine del Challenge Tour.

– Decontestualizzandoci un attimo dall’Open romano, parlaci di quale parte del tuo gioco, attualmente, ha margini maggiori di miglioramento e quale parte, invece, pensi abbia raggiunto il livello ottimale (ammesso che esista)

In realtà non c’è mai un livello davvero ottimale del gioco. Ci sono settimane in cui qualcosa va meglio dell’altra e conciliare il tutto succede, se va bene, solo poche volte all’anno. All’Open ho puttato molto bene, il gioco corto ha funzionato alla grande, mentre il gioco intermedio lo definirei “da rivedere”. Ci sono settimane in cui gioco molto bene i ferri e settimane in cui putto molto bene e gioco meno bene i ferri. Purtroppo il golf è cosi: avere tutto che funziona alla perfezione è quasi impossibile.

– Quali sono i setup del campo che ritieni possano incrementare il tuo vantaggio competitivo rispetto al field: setup cattivi, all’americana, con green poco recettivi e rough punitivi, o setup più teneri?

In linea di massima mi trovo molto bene in campi stretti con green veloci, anche se è un po’ un controsenso visto che sono abituato a giocare in Puglia (al “San Domenico Golf” di Savelletri di Fasano, ndr), dove il campo è abbastanza largo e dove c’è tanto vento. Ma i campi stretti, con tanti alberi, dove bisogna “lavorare” la palla, facendola girare, in volo, ora a destra, ora a sinistra, mi piacciono particolarmente

– In termini di tempo atmosferico, invece, essendo cresciuto tra il Sud Africa e il San Domenico (percorso “litoraneo” e, pertanto, come dicevi, piuttosto esposto a brezze e venti marini), quanto ritieni di essere in grado di addomesticare i giri più ventosi e rafficati? Te lo chiedo perchè il cliché (non so quanto statisticamente riscontrato) vuole che tali condizioni favoriscano i giocatori d’oltremanica rispetto a quelli continentali.

A dire la verità, non sono un amante del vento, anche se sono cresciuto nella tramontana o nello scirocco pugliese. Spero sempre in giornate poco ventilate, anche perché sono abituato a gestire il vento giù in Puglia, circostanza che, conoscendo alla perfezione sia il campo, sia il vento locale, mi consente di gestire i colpi di conseguenza. Su altri percorsi il processo è decisamente più difficile e, pur non spaventandomi le giornate ventose, preferisco la calma piatta.

– Parlaci della tua scelta di adottare l’impugnatura cross-hand (che inverte la posizione delle mani, portando la mano “forte” in alto, ndr) nel putt. E’ una scelta fatta da molto? E’ stata, per cosi dire, istintiva o è stata motivata da qualche criticità? In quest’ultimo caso, più in termini di velocità o di direzione?

Con la vecchia impugnatura, stavo attraversando un periodo molto negativo nel putt. Ho voluto cambiare in maniera drastica per riuscire ad ottenere risultati migliori nel breve periodo. Anche a livello mentale, mi ha aiutato molto per non essere bloccato nella parte finale del gioco. Inoltre ho cambiato anche forma e peso del putt. E’ stata una scelta coraggiosa che ha pagato .

– Ho visto qualche tuo video su YouTube da cui traspare la tua meticolosità nel curare l’aspetto atletico. Qual’è il tuo regime preparatorio squisitamente fisico, in termini di ore in palestra, corsa, ecc.

Quando sono a casa dedico molto tempo alla palestra, anche perché ho un preparatore atletico che mi spinge con decisione a farlo. Quando sono fuori faccio giusto un po’ di mantenimento, cercando di non far addormentare i muscoli. Ma, ripeto, il lavoro lo faccio soprattutto quando sono a casa, dove mi segue Luigi Angelini, il preparatore di cui parlavo, che è veramente fantastico: gioca anche lui a golf, sa tantissimo di golf, sa su che cosa lavorare e ogni giorno lavoriamo su qualcosa di diverso.

– Qual’è la tua routine prima di un giro? In generale, quante ore prima del tuo tee-time inizi e quanti minuti, più o meno, dedichi ad ogni fase (stretching, esercizi di riscaldamento, gioco lungo, approcci/bunker, putt, ecc.)

Dipende molto dall’orario di partenza, se di mattina o di pomeriggio. In linea di massima la mia routine dura esattamente un’ora distribuita tra riscaldamento, gioco corto, driving range e putt.

– Hai l’abitudine di discutere, prima di un giro, e fatti salvi gli inevitabili adattamenti “durante”, la strategia di gioco (conservativa, aggressiva, ecc.)? Se si, con quale dei membri del tuo entourage? E poi, durante il giro, hai la tendenza a prendere in autonomia le decisioni strategiche, ad affidarti al tuo caddie o ad un mix tra i due suddetti atteggiamenti?

Diciamo che la strategia la si decide durante il giro di prova campo. Poi succede che ogni tanto si cambi strategia durante la gara, in base, magari, alle condizioni atmosferiche, alla posizione dell’asta e a svariate altre variabili. Io ho sempre una mia strategia di base quando vado in campo: ho un gioco piuttosto aggressivo e dove posso attaccare, attacco. Dove invece so che devo giocare un po’ più tranquillo, assumo un atteggiamento più conservativo. Però, ripeto, la maggior parte delle volte ho un gioco d’attacco che va a cercare tutte le bandiere. Ci sono settimane in cui questa strategia paga, altre in cui paga meno. Capita, infatti, che, per eccessiva fiducia, faccio qualche doppio o triplo (bogey, ndr) di troppo, ma è il mio temperamento, mi piace rischiare e preferisco tornare a casa senza dubbi.

– Parlaci del tuo coach Pietro Cosenza (che conosco personalmente, essendo stato molti anni fa il mio maestro, ndr). Quanto è stato importante nella tua formazione golfistica e psicologica e quanto è importante attualmente.

Pietro è una persona importante per me. Prima è un amico e poi è un maestro. Lo conosco da 15 anni, mi ha cresciuto, poi c’è stato un periodo in cui ci siamo un po’ allontanati, ma, da 5-6 anni, lavoriamo di nuovo insieme. Lui è la persona che mi conosce meglio, sa come mi comporto e qual è il mio carattere e, ovviamente, conosce il mio gioco e sa su che cosa bisogna lavorare. Non è uno che parla molto: ti dice poche cose, ma quelle poche cose diventano tutte fondamentali.

Concludendo, non possiamo non riportare un importante e positivissimo aggiornamento successivo all’Open d’Italia. Infatti, esattamente nel weekend successivo, Francesco ha vinto, in Cina, l’Hainan Open, grazie soprattutto ad uno straordinario terzo giro del sabato, seguito da un solidissimo quarto giro in cui ha rintuzzato con freddezza la rimonta degli avversari. Punteggio finale -14 (69-71-64-70). Questa vittoria lo ha portato in testa alla “Road to Mallorca” che è, di fatto, la classifica su base annuale del Challenge Tour. Conseguentemente, l’obiettivo emerso nell’intervista di ottenere la carta per giocare sul Tour “maggiore” nel 2020, si può dire sicuramente raggiunto. Lucera.it non mancherà di ragguagliarvi.

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Ultim’ora:
Ieri, 10 novembre 2019, Francesco ha vinto il “Challenge Tour Grand Final”, gara conclusiva del Challenge Tour a Mallorca, nelle Baleari, con il punteggio di -6 (68-69-70-71), confermando l’impressionante crescendo con cui ha concluso la stagione. Ora lo aspettiamo sul circuito maggiore del Tour Europeo nel 2020.
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Informazioni Autore
Franco Bordin

Franco Bordin, vive e lavora a Manfredonia (FG) e scrive occasionalmente di golf agonistico e turistico/culturale, girando per tornei e percorsi in diverse regioni europee.

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