Dopo 40 anni, riapre la Chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Cammarelle


Il 6 agosto 2018, a distanza di quarant’anni dalla sua chiusura, Sua Ecc.za mons. Giuseppe Giuliano, vescovo della diocesi di Lucera-Troia, al termine dei lavori di recupero e di restauro, restituisce alla Città di Lucera e all’intera comunità diocesana la rinnovata chiesa di Santa Ma-ria delle Grazie alle Cammarelle.

In tale occasione, alla presenza delle autorità religiose, civili e militari, nonché dei tecnici incaricati, delle maestranze e del popolo di Dio, l’insieme dei lavori, curati da mons. Luigi Tommasone (Delegato Vescovile dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici) e dal geom. Arturo Monaco (Direttore dell’Ufficio Tecnico Diocesano) viene presentato alla cittadinanza.
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CS 1 agosto 2018
LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE ALLE CAMMARELLE
(a cura di Massimiliano Monaco e Daniela Lovaglio)
La chiesa di Santa Maria delle Grazie, già delle Cammarelle, fu edificata nel XVI secolo sul perimetro delle dirute chiese preesistenti di S. Pietro e di S. Biagio. Con l’attiguo convento, es-sa era completamente integrata ad una delle più antiche istituzioni ospedaliere d’Italia, che la tradizione vuole fondata intorno al 1323 dal Beato vescovo di Lucera Agostino Kazotic, il qua-le negli stessi anni ne affidava la direzione ad una confraternita ospedaliera, detta di S. Maria delle Cammarelle. La presenza di una tale congregazione di laici, sorta con lo scopo specifico di provvedere all’incremento di ospedali per infermi e pellegrini, non trova uguali nel territorio circostante. Essa, sorta sull’esempio della Consorteria di S. Antonio Abate di Vienne, in Fran-cia, che il Beato Agostino aveva conosciuto durante la sua partecipazione al Concilio ecumeni-co del 1311-1312, con il sostegno delle elemosine raccolte tra i cittadini, prendeva nome dalla piccole camere, dette «camerelle», attigue e comunicanti alla chiesa Cattedrale, che la confra-ternita usava mettere a disposizione dei propri confratelli ammalati. Si ritiene, inoltre, che il Beato Agostino volle affidare alle cure della pia associazione di Santa Maria delle Cammarelle la direzione del preesistente ospedale di Sant’Antonio di Vienne (S. Antonio Abate), fondato nel secolo precedente, ma che non rispondeva più agli scopi per i quali era stato istituito.
Con alterne vicende, l’antico nosocomio delle Cammarelle ha funzionato come ospedale civile fino al 1963, anno in cui venne inaugurato il nuovo ospedale civico di Lucera. Descritta alquanto bassa e non stretta, la configurazione dell’originario organismo architetto-nico della chiesa è tuttora identificabile nella presenza di alcune finestre chiuse poste lungo i muri laterali dell’edificio. Al 1558 risale un’iscrizione, fino a qualche tempo fa incisa su una parete interna del diruto ospedale, che ricordava l’impegno dei priori Cesare Dello Mocchio, Arcangelo De Marco e Francesco De Troia nell’opera di ampliamento e di miglioramento dell’ospedale (che con ogni probabilità dovette qui trasferirsi dalle camerelle attigue alla Catte-drale), il trasferimento in questa sede della confraternita delle Cammarelle, sotto il nuovo titolo della Madonna delle Grazie, e l’edificazione dell’omonima chiesa, di modo che l’ospedale ven-ne a trovarsi, così come ancora oggi i suoi ruderi, fra la chiesa della Grazie, da una parte, e l’ex convento di S. Domenico dall’altra.
L’amministrazione dell’ospedale fu tenuta dalla confraternita fino al 1628, anno in cui si cre-dette opportuno, anche per migliorare l’assistenza agli infermi con personale più qualificato, cederla dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli). Giunti a Lucera, in quell’anno i Fatebenefratelli aprirono la loro casa religiosa e consacrarono la chiesa, ulterior-mente ingrandita e arricchita a spese della confraternita, alla Madonna delle Grazie. Parimenti il titolo della pia associazione delle Cammarelle fu definitivamente mutato in confraternita del-la Madonna delle Grazie e il sodalizio, costituito da soli nobili (tra i quali Alessandro Cito, Giovanni del Vecchio e Ottavio Caropresa) continuò a ricoverare o assistere a domicilio e gratuitamente gli infermi della città e dei paesi limitrofi, come pure a fornire di mezzi il “Sacro Spedale”. Tutto ciò fino alla “rivoluzione libe-rale” e al definitivo allontanamento da Lucera dei Fatebenefratelli (1867), quando la conduzio-ne del nosocomio veniva assicurata esclusivamente da personale laico.
Al momento della soppressione francese (7.8.1809), i frati disponevano di 11 stanze al piano superiore, compreso l’ospedale, di cinque locali al piano terreno, di cui quattro adibite ad o-spedale dei carcerati, e di un cortile recintato. Con il temporaneo allontanamento dei Fatebene-fratelli l’ospedale non chiudeva, ma l’incameramento delle 40 some di terraggio della confra-ternita (destinate alla costruzione della sede municipale) rendeva estremamente critiche le sue condizioni, dato che le offerte dei confratelli erano appena sufficienti a mantenere in vita la so-la congrega. Rimasto privo di fondi e di personale, in questi anni a sostenere il ricovero dei po-veri infermi si provvedeva attingendo ai fondi della cassa mortuaria del sodalizio.
Con la Restaurazione borbonica, un decreto del 6.11.1816 confermava il nuovo uso del sop-presso monastero di S. Giovanni di Dio, divenuto ospedale cittadino, mentre i beni di proprietà dell’ospedale, passati al demanio provinciale, venivano con decreto del 16.5.1828 restituiti all’ospedale, che ne affidava l’amministrazione alla confraternita di S. Maria delle Grazie. Al loro rientro a Lucera, nell’agosto del 1821, i Fatebenefratelli continuarono a gestire il piccolo ospedale, anche con il sostegno della Mensa vescovile, fino all’emanazione delle leggi di sop-pressione italiana del 1867, per effetto delle quali gli ospedali erano di nuovo privati della di-rezione e dell’assistenza dei religiosi.
Con le leggi eversive del 1866-67, il Demanio italiano, sostenendo che le proprietà immobiliari dell’ospedale appartenessero ai Fatebenefratelli e non al Comune, prese nuovamente possesso di tutto ciò che costituiva la dotazione dell’ospedale; ma con sentenza del 20.6.1873, emessa dalla Corte di Appello di Trani, la confraternita riottenne l’amministrazione dell’ospedale, in concorso con due delegati del Comune.
Intanto, sul finire degli anni Sessanta del XIX secolo, la chiesa era ampliata con la sopraeleva-zione di un secondo ordine e di una nuova copertura, con l’apertura di nuovi finestroni ogivali e il tamponamento delle vecchie finestre rettangolari, con la realizzazione di un’ampia sacrestia e la decorazione delle pareti interne, tuttora in parte riconoscibile. L’edifico era quindi dotato di un nuovo prospetto classicheggiante, con grandi lesene, timpano e rosone centrale, e di un nuovo campanile1, venendo nuovamente inaugurata nel 1870.
1 Il campanile, ancora in piedi, regge tuttora due campane: una più grande (alta 0,65 m, dal diametro di 0,72 m) con quattro fregi circolari nella parte superiore, l’ultimo dei quali inciso a festoni, con nel mezzo l’effigie
Gli interni dell’ampia aula liturgica risultavano caratterizzati da un soffitto a copertura piana e probabilmente con una parte curva al raccordo con le murature perimetrali, arricchito da una tela di grande formato rappresentante la Vergine delle Grazie con S. Giovanni di Dio in atto di pregare, sospesa tramite centine.
Lungo la parete destra vi erano tre altari: il primo dedicato all’Arcangelo Gabriele, il secondo a San Biagio e il terzo alla Madonna delle Grazie. Alla sua destra, su una lastra di marmo rettan-golare, figurava l’epigrafe dedicatoria A DIVOZIONE DELLA SORELLA GIUDITTA D’ERRICO DE PEPPO – 1870. Sulla parete sinistra erano collocati altri tre altari: di San Gio-vanni di Dio, di San Giuda Taddeo e della Vergine Addolorata. Sulla balaustrata figurava il nome della donatrice: A DIVOZIONE DI FLAMINIA CARRESCIA – 1875. Lungo l’arco so-vrastante l’altare maggiore, a grandi lettere, si leggeva il saluto dell’Annunciazione: AVE MARIA GRATIA PLENA. In una nicchia a destra dell’altare maggiore era custodita la statua di Santa Cecilia e in quella di fronte la statua di San Calcedonio. In una cimasa posta al centro del coro, erano invece le iniziali della Reale Arciconfraternita Santa Maria delle Grazie (RASMG) e al di sopra, sulla parete di fondo, un grande quadro in tela raffigurante San Seba-stiano. Sull’organo era infine incisa la dedica A DIVOZIONE DI RAFFAELE E CONCETTA MANZOLLINO 1894.

Le opere di trasformazione ottocentesche conferirono al basso tempio seicentesco una veste to-talmente rinnovata e ampliata: i finestroni rettangolari sui prospetti laterali venivano chiusi e sostituiti, nella sopraelevazione del secondo ordine dell’edificio, con l’apertura di nuove fine-stre ogivali; una nuova facciata veniva a sovrapporsi alla preesistente, con un avanzamento del fronte rispetto all’allineamento stradale; all’interno della navata, una sovrapposizione di mura-ture andava a coprire i finestroni murati (oggi visibili solo dall’esterno), creando un effetto di profondità attraverso la realizzazione delle arcate che tuttora scandiscono lo spazio dell’aula, all’interno delle quali trovarono posto le edicole lignee poste a cornice delle nicchie.
Nella chiesa confraternale aveva luogo l’antica tradizione cittadina della predicazione della Desolata: il venerdì santo, dopo la funzione capitolare del mattino in Cattedrale e quella dell’Agonia, che avveniva nel primo pomeriggio nella chiesa di S. Francesco, nel tardo pome-riggio in Santa Maria delle Grazie si svolgevano una serie di nove letture sul tema della Pas-sione, intercalate da canti, che terminavano con la rappresentazione, sull’altare, del Monte Cal-vario, con tre croci nude e, ai piedi del monte, la Vergine Addolorata.
Semidistrutta e abbandonata a seguito di un rovinoso crollo dell’abside interno avvenuto nel 1978, la chiesa, già non più destinata al culto dal 1.3.1978, fu interessata da ordinanza sindaca-le di demolizione delle parti strutturali n. 46 del 22.8.1978. Dopo il collasso e la successiva parziale demolizione della struttura, che determinava il crollo del secondo ordine e dell’intera copertura, l’edificio era invaso da materiali di crollo e soggetto alle azioni degli agenti atmo-sferici che ne acceleravano il degrado. Risale al 1983 la progettazione di un nuovo complesso parrocchiale, a servizio del comprensorio del piano edilizio “167”, allorché il vescovo Angelo Criscito, per riprendere e continuare il culto del popolo lucerino verso la Madonna delle Gra-zie, con decreto n. 652 del 10.7.1984 erigeva canonicamente la nuova parrocchia di Santa Ma-ria delle Grazie.
Dopo lunghi anni di abbandono e di degrado, nel 2012, il vescovo Domenico Cornacchia, allo scopo di rendere nuovamente fruibile la diruta chiesa, tramite gli Uffici di Curia Beni Culturali Ecclesiastici e Ufficio Tecnico per l’Edilizia di Culto, promuoveva un intervento di recupero strutturale e di restauro dell’edificio, affidando la progettazione all’ing. Michele De Rosa, all’arch. Antonio Cordella e all’arch. Daniela Lovaglio.
del busto della Madonna delle Grazie e in un ovale SANTA MARIA DELLE GRAZIE DI LUCERA 1900; in altro ovale, simile ed opposto, FONDERIA P. MARINELLI – AGNONE. Fregiata, a drappeggio, anche la campana più piccola (alta 0,59 m, dal diametro di 0,62 m) che riporta nel mezzo l’effigie di San Biagio, quel-lo della Madonna delle Grazie con l’iscrizione R. ARCICONFRATERNITA DI S. MARIA DELLE GRAZIE 1899 e la scritta FONDERIA P. MARINELLI – AGNONE. Cfr. Dionisio Morlacco, La diruta chiesa di San-ta Maria delle Grazie, in: «Il Centro», anno X, 31.5.1990, n. 5, p. 11 e Alfonso De Troia, Elenco delle cam-pane delle chiese di Lucera (1926-1928), in: Biblioteca Comunale di Lucera, Fondo Elementi per la Storia lucerina, vol. VII, doc. n. 16.
Tale volontà trovava la sua realizzazione con un finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio Beni Culturale Ecclesiastici – Fondi 8/1000, grazie ai quali, nel 2015, i lavori poterono iniziare con un affidamento all’Impresa edile “Ing. Antonio Resta e C. S.r.l.”, una tra le più accreditate per competenza e livello tecnico nel campo dei lavori di restauro conservati-vo.
Il 2 febbraio 2016 Mons. Cornacchia, alla presenza delle Autorità religiose, civili e militari, dei Direttori degli Uffici di Curia incaricati del restauro (Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici – Uf-ficio Tecnico Diocesano), dei Tecnici e delle Maestranze, presentava alla Comunità cittadina e diocesana la conclusione del primo lotto di lavori, che poneva termine alle opere strutturali di consolidamento e di ricostruzione muraria, unitamente alla realizzazione della nuova copertura della chiesa e dei locali adiacenti.
Nello stesso anno, durante l’Amministrazione Diocesana di Mons. Ciro Fanelli, i lavori prose-guivano secondo il piano esecutivo del secondo lotto, che prevedeva il restauro interno dell’aula liturgica.
Il 6 agosto 2018, a distanza di 40 anni dalla sua chiusura, Sua Ecc. Mons. Giuseppe Giuliano, Vescovo della Diocesi di Lucera-Troia, al termine dei lavori di recupero e di restauro, restitui-sce alla Città di Lucera e all’intera comunità diocesana la rinnovata chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Cammarelle.
In tale occasione, alla presenza delle Autorità religiose, civili e militari, nonché dei Tecnici in-caricati, delle Maestranze e del Popolo di Dio, l’insieme dei lavori, curati da Mons. Luigi Tommasone (Delegato Vescovile dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici) e dal Geom. Arturo Monaco (Direttore dell’Ufficio Tecnico Diocesano) viene presentato alla Cittadinanza.

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