Psicologia: La sindrome post-traumatica da stress


ariannapedoneBentornati cari lettori… quest’estate riflettevo su quale argomento concentrarmi per l’arrivo di settembre e poi i tragici eventi accaduti dapprima in Puglia ed in seguito ad Amatrice, e tutte le zone colpite dall’ultimo sisma, mi hanno convinto a trattate l’argomento del trauma.
Questi tragici eventi che strappano la vita di molte persone, lasciano i sopravvissuti a occuparsi del proprio dolore fisico, del lutto e del proprio trauma psicologico.
Le esperienze critiche, infatti, lasciano a chi sopravvive un regalo nefasto , un’eredità perversa, denominata sindrome post traumatica da stress. Essa rientra nella più grande categoria dei disturbi d’ansia e fu riscontrata inizialmente in soldati e reduci di guerra, infatti all’epoca prese il nome di “Nevrosi da Guerra”.

Questa sindrome riporta sintomi evidenti che sono racchiusi in queste tre macrocategorie:
Intrusione (quanto le immagini e il ricordo dell’evento possano disturbare la vita di una persona);
Evitamento (il tentativo più o meno sistematico e più o meno cosciente di tutte quelle situazioni che possano spingere a rivivere quanto accaduto);
Iperattivazione psicofisiologica (lo stato di allerta continuo nel tentativo di proteggere se stessi).
Troviamo quindi flashback, ovvero immagini e pensieri intrusivi che riportano la vittima all’evento, intorpidimento o stato confusionale, tendenza ad evitare tutto ciò che ricordi l’evento, incubi che possono far rivivere nei sogni l’evento, insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e stato di tensione. Altri sintomi che possono talora insorgere sono forte senso di colpa (pensate alle persone che sopravvivono ad un evento traumatico in cui però hanno perso i loro cari), stati depressivi e ansia generalizzata.

Non solo chi vive in prima persona può sviluppare tale disturbo, anche chi vi assiste o chi soccorre le vittime può sviluppare la sindrome post traumatica da stress.
Inutile dire che, almeno nella mia modesta esperienza, la cura a tale sindrome è, nei casi meno gravi, il tempo. Sicuramente un supporto psicologico può essere d’aiuto e in talune occasioni la farmacoterapia attenua la sintomatologia più resistente e intrusiva, che sicuramente logora la vittima e le impedisce lo svolgimento di una vita regolare e serena.

In terapia gli approcci prevedono innanzitutto la verbalizzazione. Spesso dico ai miei pazienti di utilizzare l’ora di terapia per vomitare tutto quello che trattengono dentro e che non dicono ad altre persone per non ferire, per non dar loro un peso ulteriore. Quando è possibile poi si spinge il paziente all’esposizione graduale alle situazioni che lo spaventano…solo così potrà associarle a sensazioni diverse rispetto a quelle provate nell’evento traumatico. La mente in questo caso deve disimparare per imparare di nuovo. Utili risultano anche le tecniche di rilassamento, che in generale riscuotono un certo successo con i disturbi d’ansia. Anche se in questo caso specifico io ritengo che si debba aspettare un po’ di tempo affinché si abbassi il sistema di attivazione…non ci si può rilassare se siamo in un continuo stato di allerta e di tensione…

Colgo l’occasione di quest’articolo per rivolgere un pensiero a tutte le vittime di questi tragici accadimenti recenti. Ci vediamo il mese prossimo.

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