Rinascita Donna: il Gaslighting


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Questo mese affronteremo un argomento molto frequente durante i colloqui che si svolgono nei centri antiviolenza, anche e soprattutto presso il nostro sportello “Rinascita Donna”. Abbiamo già parlato di violenza psicologica ma in questa sede riteniamo opportuno approfondire aspetti e considerazioni in merito a questo tipo di violenza che, seppur apparentemente, non lascia segni sul corpo di una donna ma devasta l’ “Io” di chi la subisce.

Come anticipato, la violenza psicologica è certamente un comune denominatore a tutti i casi accolti dalle nostre operatrici ed è sempre la prima forma di violenza a cui spesso seguono le altre (fisica, sessuale, economica, assistita, etc…): nei racconti delle donne non mancano scenate di gelosia, situazioni di ipercontrollo, come per esempio spiare il cellulare o dentro borse, cassetti e armadi; non mancano ingiurie, né offese, né parole di denigrazioni, del tipo “tu non vali niente”.

Questi atti violenti, come già accennato, intaccano giorno dopo giorno certezze e sicurezze, autostima e autonomia del sé fino a diventare tanto “normali e quotidiani” che le donne stesse faticano a rendersene conto, a riconoscere una così subdola e ambigua forma di violenza. Si tratta del “GASLIGHTING”.

Questo termine si riferisce ad un comportamento altamente manipolatorio messo in atto al fine di indurre chi lo subisce a dubitare di tutte le sue percezioni e capacità di giudizio, fino a creare uno stato di confusione mentale e di dipendenza dall’abusante, in un circolo vizioso senza fine: più il soggetto abusato viene indebolito più si lega indissolubilmente al suo carnefice e, di conseguenza, quest’ultimo rafforza il suo comportamento manipolatorio giustificando così il perpetrare la violenza.

Comparso per la prima volta nel titolo di un film statunitense del regista G. Cukor, “Gaslight”( letteralmente “Lampada a gas” e nella versione italiana “Angoscia”) è una pellicola che racconta la storia di una relazione coniugale pericolosa in cui il marito racconta alla moglie una serie di falsità, nasconde e fa sparire degli oggetti accusando la moglie di esserne la colpevole; le offusca le sensazioni visive alterando l’intensità dell’erogazione del gas delle lampade al fine di convincerla che una percezione così ridotta sia il frutto della sua pazzia.

Così come la moglie del protagonista del film, tutte le donne si fidano del soggetto abusante fino ad abituarsi all’idea che la loro opinione non conta o è sbagliata, comportando nel tempo la perdita dell’autostima, dell’autonomia dell’Io, della capacità di prendere decisioni. In questo tipo di relazione pericolosa la donna diventa dipendente fisicamente e psicologicamente dall’uomo, mentre questi accresce il suo potere e trae compiacimento dall’annullamento dell’altro, anche e soprattutto in presenza di altre persone.

Le fasi del gaslighting possono essere sintetizzate essenzialmente in 4 punti:

– dapprima assistiamo ad una fase di comunicazione distorta in cui l’abusante attua strategie che confondono la vittima e la fanno dubitare di sé;

– in un secondo momento subentra l’incredulità in cui la vittima non crede a ciò che sta accadendo, né a quello che le suggerisce l’abusante ed è confusa;

– subentra, dunque, una fase di difesa in cui la vittima con rabbia reagisce cercando di attaccarsi al suo esame di realtà e di contrastare quanto le viene detto, perché reputato giustamente inverosimile;

– in ultimo la fase della depressione e della resa in cui la vittima soccombe alla realtà presentatale dal suo carnefice, in cui perde definitivamente l’autostima con conseguente isolamento dal resto del mondo e in cui stabilisce uno stato di dipendenza dall’abusante, vissuto come buono e onnipotente.

Purtroppo dal punto di vista giuridico è molto difficile dimostrare tale tipo di manipolazione estrema, poiché il gaslighter è molto scrupoloso nell’attuare una strategia senza tracce e, non di meno, il soggetto abusato, a causa del suo stato di indebolimento, non ne riconosce la pericolosità.

Il nostro compito, così come il compito di tutte le operatrici di sportelli antiviolenza o di centri antiviolenza, è quello, previa esamina dei casi, di pianificare un percorso di riconoscimento e presa di coscienza di certi gesti pericolosi,violenti e abusanti. Il percorso di uscita dalla relazione malsana e violenta con il carnefice è molto insidioso e pieno di ostacoli: il cammino verso il recupero della propria coscienza di donna come entità a sé singola e pensante presuppone sempre e comunque in primis la volontà della donna; il principio di autodeterminazione deve essere sempre mantenuto attivo poiché senza di esso ogni tentativo di “rinascita” potrebbe rivelarsi vano con conseguente sensazione, da parte della donna, di subire ulteriormente pressioni da chi, come le operatrici, desiderano solo accompagnarle verso l’uscita totale e definitiva dal ciclo di violenza.

Staff “Rinascita Donna”

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