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A Lucera, non molto tempo fa, esistevano molti orti, sia all’interno del tessuto urbano , sia lungo le vecchie mura cittadine e in località vicinissime alle stesse, lungo le attuali vie periferiche e la vecchia circonvallazione.
Essi rappresentavano un sistema di coltivazione millenario, unico in provincia, probabilmente un’eredità e dei Saraceni, praticato su piccoli appezzamenti con confini caratterizzati da canaletti d’irrigazione e da bassi muretti a secco. Gli ortolani lucerini erano famosissimi, svolgendo un lavoro non facile, con un’abilità che si tramandavano di generazione in generazione, capaci di governare l’acqua per irrigare le colture e di concimare gli appezzamenti con stendere quel giallo strato di “stabile”, lo sterco equino.
Gli orti lucerini erano suddivisi in quadri, separati dai rasulíne che erano dei camminamenti che permettevano di raggiungere ogni punto dell’orto. Erano sempre presenti u púzze, a tonza, una vasca riempita con l’acqua del pozzo ove la si attingeva per l’irrigazione e ove si lavava la verdura appena raccolta. Ogni orto era dotato anche d’a caselle, una sorta di casetta dove erano custoditi gli attrezzi e le sementi.
Le culture degli orti lucerini erano legate al ritmo delle stagioni e fra le più famose non si possono non citare i scarciofele, i pemmedóre, i vrucchele nireve, ‘a scarole, i peparúle a tre punte .
Fino agli anni cinquanta del secolo scorso, questi orti urbani sono stati la prima fonte di produzione di ortaggi per i lucerini. Poi, una nuova organizzazione dell’agricoltura e del commercio dei prodotti agricoli, tra cui gli ortaggi, ne ha decretato la crisi . Inoltre, lo sviluppo edilizio di Lucera ha contribuito a decretarne la definitiva scomparsa.
In foto “Gli orti di Lucera” dal libro di Francesco TROTTA- 1934

