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10 Agosto 2022
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Dialettando 130 – Modi di dire Lucerini

realizzazione siti web Lucera

Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 130

A Lucera non si dice “Con l’età ha perduto le proprie potenzialità sessuali” ma si dice
– “S’È FÁTTE VÈCCHJE E NNU MÁLE CCHJÙ

A Lucera non si dice “Solo chi li vive conosce la serietà dei problemi ” ma si dice
– “SCKITTE CHI ‘A TÉNE, SÁPE CÚME PÉSE ‘A UALLE

A Lucera non si dice ” Vive con un solo pensiero; cioè fare una certa cosa “ ma si dice
– “TÉNE SCKITTE NU PENZÍRE, CÚME ‘A GÁTTE CH’ADDA NGAPPÀ ‘U SORECE

A Lucera non si dice “Con l’avanzare dell’età anche le donnine allegre si atteggiano a serie” ma si dice
– “QUÁNNE L’OSSERE SE FÁNNE PESÁNDE PÚRE ‘I ZOCCHELE ADDEVÉNDENE SÁNDE

A Lucera non si dice ” E’ una persona molto anziana” ma si dice
– “QUÈLLA MAMMANONNE S’ARRECORDE ‘A VENÚTE DE CCRISTE

A Lucera non si dice ” Con i figli la famiglia si allarga” ma si dice
– “VRUCCHELE, FIGGHJE E FOGGHJE SPICHENE E FÁNNE SEMÉNDE

A Lucera non si dice ” Pagherò i miei debiti quando verranno due sabati consecutivamente” ma si dice
– “M’AGGHJA LUUÀ ‘STI DÌBBETE QUÁNNE VÈNENE DÚJE SABBETE A CCOCCHJE

A Lucera non si dice “Mai versare lacrime per un fidanzamento rotto“ ma si dice
– “I ZÍTE SÒ CÚM’E TIJÈLLE, VÚNE SE ROMBE E CÍNDE N’ACCÁTTE

A Lucera non si dice “Sembra uno che ha sempre bisogno di qualcosa“ ma si dice
– “PÁRE CÚME SI STÈSSE SÈMBE C’A VOCCHE SÒTT’O GRUNZÁLE

A Lucera non si dice ” Ha trovato tutto già predisposto “ ma si dice
E’ JÚTE A LÍTTE FÁTTE

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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