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6 Ottobre 2022
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Dialettando 250 – Modi di dire Lucerini

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lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 250

A Lucera non si dice “Mi stai veramente scocciando!” ma si dice
– “MÒ ME FAJE PROPEJE ASSCÈNNE ’A UALLE!“ (Traduzione: Adesso mi fai proprio scendere l’ernia!)

A Lucera non si dice “Pretende che i suoi desideri vengano soddisfatti senza che debba fare alcuno sforzo“ ma si dice
– “VOLE U CUCCHE BBÈLLE E FFATTE“ (Traduzione: Vuole l’uovo bello e pronto)

A Lucera non si dice “Gli devi raccontare nei minimi particolari un episodio” ma si dice
– “CE LE MÈTTE ‘NGANNE C’U CUCCHIARÍNE” (Traduzione: Lo devi ingoiare con il cucchiaino)

A Lucera non si dice “I differenti effetti collaterali di un buon piatto” ma si dice
– “CECATÍLLE C’A RECOTTA TOSTE, A TTÈ S’ ALLÁRGHE E A MMÈ SE ‘NDÓSTEé (Traduzione: Le orecchiette con la ricotta dura, a te si allarga, a me si indurisce lo stomaco)

A Lucera non si dice “È una persona che sa fare di tutto” ma si dice
– “SAPE PETTÀ PÚRE U SÓLE” (Traduzione: Sa dipingere anche il sole)

A Lucera non si dice “Un consiglio a non rimandare al dopo le faccende domestiche“ ma si dice
– “FATTE U LITTE CA NEN SAJE CHI ASPÍTTE, SCÚPE’A CASE CA NEN SAJE CHI TRÁSE” (Traduzione: Metti a posto il letto perché non sai chi viene a casa tua, spazza la casa perché non sai chi entra)

A Lucera non si dice “È sua abitudine diffamare gli altri” ma si dice
– “U TÉNE PE VIZZEJE, A MÈTTE I NICCHE-NOCCHE” (Traduzione: Lo tiene per vizio quello di diffamare)

A Lucera non si dice “Sono costretto a far cose al di sopra delle mie possibilità” ma si dice
– “NEN POZZE CAMMENÀ M’AGGHJA CORRE” (Traduzione: Non posso camminare, ma devo correre)

A Lucera non si dice “Non ne vuole proprio sapere di lavorare“ ma si dice
– “QUILLE NEN VÓLE NNÈ ARÀ E NNÈ SCURCIÀ” (Traduzione: Quello non vuole né lavorare e né avere seccature)

A Lucera non si dice “L’impegno morale di un uomo onesto e corretto vale più di documento scritto” ma si dice
– “PAROLE DE GALANDÓME È STRUMÈNDE DE NUTARE” (Traduzione: La parola di un galantuomo è un atto notarile)

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COPERTINALINO MONTANARO E LINO ZICCA, ECCO IL NUOVO LIBRO

Ci siamo! Finalmente la tipografia Grafiche Catapano ha finito di stampare il nuovo libro di Lino Montanaro & Lino Zicca: “LUCERA DI UNA VOLTA ” che raccoglie oltre 120 brani di storia sommersa relativi a modi di dire, usanze, credenze, che riguardano pratiche religiose, usanze del ciclo della vita, pratiche e forme di magia, valore e svolgimento di feste religiose e civili, metodi per prevedere il tempo durante tutto l’arco dell’anno, scuola, personaggi, luoghi, giochi ed altro della Lucera di una volta.

Com’è possibile prenotarlo?

Il libro è disponibile presso Libreria Catapano in Viale Dante Alighieri, 1 a Lucera. E’ anche possibile prenotarlo direttamente da questa pagina, inviando un’email a: montanaro.lino@libero.it

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

 

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