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14 Aprile 2024
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Dialettando 320 – Modi di dire Lucerini

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lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 320

• A Lucera non si dice “Mi fa orrore “ ma si dice “ME FACE SQUAGGHJÀ U SANGHE DA ‘NGÚLLE “ – (Traduzione: Mi fa sciogliere il sangue dal mio corpo)

• A Lucera non si dice “Si è messo in ghingheri!” ma si dice “VÍDE CÚME S’È LLEFFATE! “ – (Traduzione Guarda come si è fatto bello!)

• A Lucera non si dice “È una persona che ci vuole fottere senza ritegno” ma si dice “QUIST’È STRÚNZE C’U CÓRE! “ – (Traduzione: Questo è uno stronzo col cuore)

• A Lucera non si dice “Usa le buone maniere, non rivoltare il cibo nel piatto” ma si dice “MAGNE AGGARBATE, U VAJE SCKITTE SMERDIJANNE! “ – (Traduzione: Mangia con garbo , lo stai solo rivoltando)

• A Lucera non si dice “È successo, ci dobbiamo rassegnare!” ma si dice “MÈH, FACÌMECE U SÈGNE D’A CROCE!” – (Traduzione: Suvvia, facciamoci il segno della croce!)

• A Lucera non si dice “A causa di un colpo di freddo, le è venuta la mastite, un’infezione delle ghiandole mammarie, durante l’allattamento” ma si dice “À PEGGHJÁTE U PÍLE DE MÉNNE “– (Traduzione: ha preso la mastite)

• A Lucera non si dice “Mi inebrio con questo profumo” ma si dice “SÈNDE N’ADDORE CHE ME TRASE NDE FROSCE” – (Traduzione: Sento un odore che mi entra nelle narici)

• A Lucera non si dice “Adesso sta transitando il camion della carne che fornisce le macellerie” ma si dice “MÒ PASSE U CAMMEJONNE D’A SALÚTE “ – (Traduzione: In questo momento passa il camion della salute)

• A Lucera non si dice “È un uomo maturo che si è fidanzato con una ragazza molto più giovane ” ma si dice “S’E MÌSSE A CARNE D’AGNÍLLE “ – (Traduzione Si è messo con carne d’agnello)

• A Lucera non si dice “La bellezza delle curve delle donne in carne” ma si dice “CHI MÈTTE CARNE MÈTTE BBELLÈZZE!”– (Traduzione: Chi mette carne mette bellezza)

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

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