A Lucera, una volta, di domenica o in giorni particolari, di mattina presto, le case si svegliavano per i rumori che le mamme facevano preparando i trucchjele, pranzo tipico della domenica e di altre festività. Con tanta nostalgia, aprendo l’armadio dei ricordi, si possono rivedere le mamme che, per un problema d’igiene, indossavano u zenale (il grembiule) e ‘a mèzza scolle (un fazzoletto bianco) sul capo per raccogliere i capelli. Esse, dopo aver fatto il segno della croce, iniziavano il “lavoro” per la cui esecuzione erano necessari alcuni elementi e diversi attrezzi da cucina.
Elementi indispensabili erano la semola o la farina, passate al setaccio (‘a setèlle), l’acque e u sale. Gli attrezzi erano: u tavelìre (la spianatoia di legno), un ripiano di legno delimitato da tre sponde alte fino a 10 cm, che si poggiava su due sedie; u laghenatúre (il matterello); u trucchjele, speciale mattarello di bronzo o di legno e munito di speciali scanalature e, soprattutto, “olio di gomito”.
Così le mamme, mescolando la farina con l’acqua, e lavorando il tutto con le mani a pugno riuscivano a ottenere un impasto morbido. Poi lo dividevano a pezzi regolari che stendevano sóp’u tavalìre c’u laghenatúre, creando una sfoglia dalla forma rettangolare, alta pochi millimetri. In seguito, la sfoglia veniva tagliata c’u trucchjele per ottenere i trucchjele, che si lasciavano asciugare sóp’u tavalìre.
Il rumore sordo che svegliava tutti era quello d’u trucchjele, battuto sóp’u tavalìre per liberarlo dai residui di pasta e farina. Quel rumore era un vero supplizio specialmente per i ragazzi che, non andando a scuola, volevano dormire un po’ di più. Ma quando si mettevano, a mezzogiorno, i píde sòtt’u tavele pe magnà, si dimenticava tutto.

