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FOGGIA – «Quanto sai essere bella, Foggia!». È con questa dichiarazione d’affetto rivolta
alla platea che Concita De Gregorio ha salutato il pubblico del Teatro Umberto Giordano,
all’inizio di una serata intensa, capace di alternare commozione, ironia e musica. Venerdì 9
ottobre, un teatro, praticamente sold out, ha accolto la giornalista per La cura, nell’ambito di
Questioni Meridionali che diventa sempre più un luogo di incontro e di confronto per la
nostra città.
Ad accompagnare le parole di Concita De Gregorio, le canzoni di Erica Mou, che hanno
scandito il racconto con momenti di grande delicatezza e intensità emotiva. Un’occasione di
condivisione, nella quale la musica e la narrazione hanno trovato un punto d’incontro nella
capacità di parlare della vita anche quando si confronta con la fragilità.
Nel racconto di De Gregorio, la malattia non è soltanto dolore: è anche un universo di
relazioni, incontri, episodi inattesi e situazioni paradossali, che possono strappare un sorriso
persino nei luoghi in cui la sofferenza è più presente. Perché l’ironia può diventare uno
strumento per guardare la realtà da una prospettiva diversa senza essere definiti soltanto
dalla propria fragilità.
Tra i temi centrali dell’incontro, il valore della cura e la necessità di non affrontare da soli i
momenti più difficili. Nessuno può farcela da solo: è questo uno dei messaggi più forti
emersi dal dialogo, insieme all’invito a ripensare il linguaggio con cui raccontiamo la malattia.
De Gregorio ha infatti richiamato l’attenzione sulla retorica della guerra e della battaglia,
spesso utilizzata per descrivere il percorso di chi si ammala: se la guarigione viene
presentata come una vittoria personale, la mancata guarigione può apparire come una
sconfitta di cui sentirsi responsabili. Eppure, non è così. L’esito della malattia non dipende
esclusivamente dalla volontà o dal coraggio di chi la attraversa: il progresso della medicina
è determinante nelle possibilità di cura. Una riflessione che restituisce alla persona malata
il diritto di essere fragile, senza dover dimostrare continuamente di essere forte.
Una serata che ha lasciato nel pubblico la consapevolezza che la fragilità non è una colpa,
che l’ironia può convivere con il dolore e che, soprattutto, la cura comincia quando
smettiamo di chiedere a qualcuno di essere forte da solo.

