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Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un nostro lettore, che ci ha sottoposto alcune considerazioni sul rapporto tra l’intensa attività di scavo e di cantiere in corso a Lucera e la tutela del patrimonio archeologico custodito nel sottosuolo della città. Una riflessione che pone interrogativi e richiama l’attenzione sulla necessità di garantire, accanto allo sviluppo e alla realizzazione delle opere, anche un’adeguata attività di controllo, documentazione e tutela delle eventuali stratigrafie archeologiche.
Ecco il testo integrale:
Negli ultimi anni Lucera sta vivendo una stagione di cantieri a ritmi frenetici. Tra opere infrastrutturali, scavi per la fibra ottica, interventi sulla rete idrica, nuovi insediamenti commerciali e strutture pubbliche e private, la città è attraversata da un fermento edilizio che non si vedeva da tempo. Tuttavia, a fronte di una tale quantità di terra movimentata e di scavi che perforano il sottosuolo a velocità allucinante, sorge un interrogativo spontaneo e preoccupante: com’è possibile che da questi lavori non stia emergendo quasi nulla?
Non parliamo di un territorio qualunque. Lucera — con la sua millenaria stratificazione che dalla preistoria all’età daunia e romana giunge al periodo angioino e moderno — è un contesto urbano e periurbano in cui ogni metro cubo di terra potenzialmente racchiude un pezzo di storia.
Anzi, la cosa che lascia più perplessi è che molti di questi cantieri ricadono esattamente in punti strategici, ampiamente censiti negli archivi, nelle bibliografie storiche e nelle mappe di rischio archeologico. Basta fare un giro per la città per rendersi conto della capillarità e della delicatezza delle aree interessate:
• La zona della Stazione e Via delle Porte Antiche: aree storicamente legate alle direttrici di accesso della città antica e al sistema di necropoli e viabilità extraurbana;
• Località Salnitro e Contrada Seggio: settori ad altissima vocazione archeologica, ampiamente noti in letteratura scientifica. Se Salnitro è celebre per gli straordinari contesti di corredo dauno e romano (da cui proviene la nota figura del Guerriero di Lucera), Contrada Seggio è censita in archivio e in bibliografia per la presenza di dinamiche insediative diffuse (strutture d’abitato, fattorie rurali di età romana e tardoantica) e per la costante dispersione di frammenti fittili affioranti nel sottosuolo;
• I grandi complessi commerciali e pubblici recenti: dalle aree nei pressi del McDonald’s, della Lidl e del comparto posteriore, fino alla costruzione dell’asilo di fronte alla struttura “Piscina di Carlo”;
• I cantieri di rete capillari: dai continui tagli per la posa della fibra ottica fino ai grandi interventi di adeguamento dell’acquedotto.
Com’è possibile che in luoghi storicamente e bibliograficamente considerati “sensibili” il bilancio dei rinvenimenti archeologici documentati sia, in alcuni casi, sorprendentemente esiguo?
In questi giorni il dibattito cittadino e l’interesse locale si concentrano spesso su segnalazioni e ipotesi di presunti rinvenimenti in aree private o comparti adiacenti ai monumenti noti — come l’area alle spalle dell’Anfiteatro —, dove sotto una villetta privata, si immagina la presenza di strutture sepolte o antiche porte urbiche. Si tratta, naturalmente, di ipotesi che dovranno essere sottoposte alle necessarie verifiche da parte degli organi competenti, ma è sempre un segnale positivo quando la cittadinanza dimostra sensibilità per il patrimonio e sceglie di interpellare le autorità preposte.
Tuttavia, anche in contesti storicamente sensibili, va fatta una distinzione scientifica rigorosa tra le suggestioni e le reali probabilità di conservazione. Se da un lato, infatti, la realizzazione del fabbricato ha verosimilmente intaccato o compromesso i livelli sub-superficiali nell’impronta dello scavo, dall’altro è altrettanto vero che i comparti immediatamente circostanti — oggi occupati da orti urbani, uliveti e spazi non edificati — conservano un elevato potenziale archeologico, dove le stratigrafie antiche potrebbero essere ancora preservate. Solo indagini geofisiche, verifiche tecniche non invasive o scavi archeologici possono fare chiarezza su ciò che il sottosuolo realmente conserva.
Ma il punto fondamentale è un altro.
Perché l’attenzione collettiva e istituzionale si accende quasi esclusivamente attorno al “caso” o alla suggestione del singolo rinvenimento, mentre scorre nell’indifferenza generale ciò che accade quotidianamente nei grandi cantieri di scavo in corso?
Sembra infatti che ci si dimentichi di quello che stiamo rischiando di perdere ogni giorno sotto le ruote dei mezzi d’opera. Nelle procedure di Archeologia Preventiva e di vigilanza durante i lavori, il presupposto fondamentale è che la velocità di esecuzione non debba mai andare a scapito della tutela. Quando gli scavi avanzano a ritmi serrati senza alcuna segnalazione o documentazione pubblica, il dubbio è lecito: la sorveglianza archeologica sul campo riesce davvero a stare al passo con le ruspe, o le lavorazioni stanno intaccando e distruggendo stratigrafie senza che nessuno se ne accorga?
I cittadini e gli studiosi si interrogano: si tratta di un’effettiva assenza di depositi conservati in quei punti specifici, o piuttosto della difficoltà di documentare e intercettare i contesti quando la priorità dei cantieri diventa unicamente la celerità della consegna?
Lucera non può permettersi di perdere la memoria del proprio sottosuolo in nome della fretta, né può limitare la tutela al solo intervento “emotivo” su singole segnalazioni. Serve una visione di insieme, massima trasparenza e un controllo sistematico sui cantieri reali, affinché lo sviluppo della città vada di pari passo con la salvaguardia scientifica e rigorosa della sua storia.

