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Una immancabile tradizione culinaria lucerina era quella di purtà ‘a tijèlle de patane d’ò furnare (portare le patate a cuocere dal fornaio). A quei tempi pochissime famiglie avevano il forno in casa, per cui era gioco forza portare il tegame con le patate tagliate a túcche (a tocchetti) a cóce o fúrne. Il tegame di patate era condito con úglje (olio) o c’a ‘nzógne (strutto), cepólle, pemmedóre, aglio, rosmarino, sale e pepe, e, quando era possibile, con l’aggiunta di cuccetèlle d’agnìlle o de crapètte (teste di agnello o di caprette). Le famiglie che stavano economicamente meglio si potevano permettere tacchecèlle d’agnìlle (costatine d’agnello) o ‘a savezìcchje (la salsiccia). ‘A tijèlle, coperta c’u mesale (con una tovaglia) veniva quindi, portata al forno dalle mamme o da qualche bambino/a più grandicello/a . La cottura nel forno a legna avveniva dopo che era stato cotto il pane della giornata, quando la camera a temperatura non più alimentata e dell’umidità rilasciata dal pane era il luogo ideale per cuocere ‘a tijèlle de patane. Per evitare scambi e incresciosi battibecchi, sul tegame erano posti dei segni di riconoscimento come, ad esempio, pezzi di pane. Alle volte succedeva, per distrazione del fornaio , quando ‘a tijèlle era stata troppo tempo nel forno, si diceva ch’ère ssciùte abbambate, cioè era uscito con il contenuto bruciacchiato. Il profumo emanato dal tegame mentre era portato a casa facève arrapì u stomeche (stuzzicava l’appetito) a tutti quelli che s’incrociavano per strada. Una volta a casa tutte ch’i píde sòtt’a tavele (tutti a tavola) a gustare questa meraviglia.
Oggi è rimasta negli anziani il ricordo di tutto ciò, sapendo che questo è uno dei tanti sapori che non ci sono più perché è cambiata il modo di cuocere questa pietanza.

