Inoltre aggiungici come fonte preferita su Google
Camion fermi e trattori in strada, da Lucera a Poggio Imperiale. Gli agricoltori denunciano costi di produzione e raccolta insostenibili, mentre il prezzo dell’extravergine pugliese è precipitato. Nel mirino anche le importazioni dall’estero. L’appello ai parlamentari del Sud: portate la nostra voce in Parlamento.
Il Foggiano scende in strada per difendere il lavoro e il futuro delle proprie aziende. La protesta che coinvolge agricoltori e autotrasportatori non riguarda soltanto il caro carburanti e l’aumento del costo della vita: per il comparto olivicolo pugliese si aggiunge una crisi dei prezzi che rischia di rendere economicamente insostenibile la nuova campagna di raccolta. Stessa problematica per i viticoltori.
Dalle prime ore della giornata, camion e trattori hanno animato presìdi in diversi punti della provincia di Foggia, con rallentamenti alla circolazione. Al centro della mobilitazione c’è una richiesta comune: poter continuare a lavorare senza essere schiacciati da spese sempre più elevate e ricavi che non consentono più di coprire adeguatamente i costi.
Per gli agricoltori pugliesi la situazione è particolarmente difficile. Il prezzo del diesel (oggi a 1,72 euro / cent al litro) pesa sulle lavorazioni dei terreni e sull’utilizzo dei mezzi agricoli, mentre aumentano le spese per la gestione degli uliveti, la manodopera e la raccolta delle olive.
Il problema è che, proprio mentre i costi continuano a salire, le quotazioni dell’olio extravergine di oliva hanno subito una forte contrazione. Le rilevazioni ISMEA riportano, per la piazza di Foggia, un prezzo all’origine di 4 euro al chilogrammo l’8 ottobre 2026, ben lontano dai livelli raggiunti l’anno precedente.
Una combinazione che mette in ginocchio i produttori: affrontare una raccolta costosa per poi vendere il prodotto a un prezzo molto più basso significa rischiare di lavorare a perdere.
Gli olivicoltori denunciano inoltre che il prezzo riconosciuto per le olive scende sotto i 50 euro al quintale. Un valore che non è sufficiente a coprire neanche le spese sostenute per produrle e raccoglierle.
Tra le questioni sollevate dagli agricoltori c’è anche quella delle importazioni incontrollate di olio dall’estero. I manifestanti contestano l’ingresso sul mercato di grandi quantitativi di prodotto proveniente da Paesi terzi, venduto a prezzi con cui l’olio pugliese fatica a competere.
Nel dettaglio, questi i quantitativi di olio importato dall’Italia:
- Turchia: 17.000 tonnellate;
- Marocco: 5.000 tonnellate;
- Algeria: 6.000 tonnellate;
- Repubblica araba: 5.000 tonnellate;
- Perù: 2.000 tonnellate;
- Argentina: 5.000 tonnellate.
L’arrivo di olio estero di indubbia qualità (e senza controlli efficaci sulla qualità) a prezzi stracciati ha distrutto le quotazioni dell’extravergine nazionale.
La richiesta è quindi di rafforzare i controlli sulla filiera, garantire la tracciabilità e rendere sempre più chiara l’origine del prodotto al consumatore. L’obiettivo è evitare che oli di diversa provenienza, di indubbia qualità e con costi di produzione differenti finiscano per competere sul mercato senza che chi acquista abbia informazioni sufficientemente chiare.
La questione delle importazioni è già al centro della mobilitazione del comparto olivicolo pugliese: il 12 ottobre, a Bari, circa duemila produttori hanno manifestato chiedendo interventi urgenti per affrontare la crisi del settore.
La mobilitazione interessa anche il Gargano, dove gli olivicoltori sono partiti da Carpino a bordo dei trattori, con una sosta a San Nicandro Garganico, per raggiungere il casello dell’autostrada A14 di Poggio Imperiale e unirsi alla protesta degli autotrasportatori.
«Lottiamo per un diritto sacrosanto, difendiamo la nostra dignità, il nostro lavoro, per il futuro delle nostre aziende e delle nostre famiglie», ha dichiarato Guido Cusmai, olivicoltore di Vico del Gargano.
Tra gli slogan dei manifestanti, parole che esprimono tutta la preoccupazione di chi teme di non riuscire più a sostenere le spese della propria attività: «Vogliamo lavorare», «Abbiamo una dignità», «Ci state facendo morire».
La protesta si estende anche ad altri punti della Capitanata. Sulla Statale 17, tra Foggia e Campobasso, in agro di Lucera, sono stati segnalati circa quaranta mezzi pesanti fermi, con rallentamenti al chilometro 318.
Al casello autostradale di San Severo, numerosi tir hanno occupato il piazzale fino alla zona d’accesso alla strada diretta verso Apricena e Torremaggiore. Altri mezzi pesanti sono stati segnalati nei pressi del casello di Cerignola Ovest.
Un presidio spontaneo si è inoltre formato sulla Statale 110, all’incrocio con l’ingresso del cimitero di Orta Nova. Nei luoghi interessati dalla mobilitazione sono presenti le forze dell’ordine per monitorare la situazione e i possibili disagi alla circolazione.
La preoccupazione degli agricoltori va oltre la singola stagione produttiva. Quando il prezzo riconosciuto al produttore non copre i costi, il rischio è che le aziende rinuncino a investire, riducano le attività o siano costrette a chiudere. A pagarne le conseguenze sarebbe l’intero territorio: occupazione, frantoi, indotto agricolo e tradizione olivicola.
Non si può chiedere agli agricoltori di sostenere costi sempre più elevati e, allo stesso tempo, accettare che il loro lavoro perda valore e venga azzerato sul mercato. Il tema non è soltanto il prezzo dell’olio, ma la possibilità stessa di mantenere viva una filiera che rappresenta una parte importante dell’economia e dell’identità pugliese.
Per questo rivolgiamo un appello ai parlamentari eletti nel Mezzogiorno: portino nelle sedi istituzionali la voce degli olivicoltori e degli autotrasportatori, chiedendo al Governo risposte concrete sul caro carburanti, sulla tutela del reddito agricolo, sulla trasparenza delle importazioni e sui controlli lungo la filiera.
Dietro ogni trattore fermo e ogni camion parcheggiato ci sono persone, famiglie e aziende che chiedono condizioni sostenibili per continuare a lavorare.
Se produrre diventa una perdita e non garantisce più un reddito adeguato, il rischio è quello di impoverire progressivamente il territorio. Ecco perché la denuncia degli agricoltori deve arrivare fino a Roma, prima che sia troppo tardi.

