Sfogliando: “I CUSUTÚRE VANNE CH’I PÈZZE NGÚLE”


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

Crediti Foto: Pixabay.com

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“I CUSUTÚRE VANNE CH’I PÈZZE NGÚLE”

Traduzione: “I sarti vanno con le pezze al sedere“.

Significato: Porre attenzione per le esigenze altrui, avendo poca cura per le proprie.

Curiosità: Una volta era comune l’abitudine, dettata soprattutto dal bisogno, di passare gli abiti dei genitori ai figli. A volte, questi abiti usati erano affidati alle abili e sapienti mani di sarte e sarti lucerini che, nonostante si occupassero principalmente di confezionarne dei nuovi, trovavano il tempo e la necessaria pazienza per sistemarli e rivoltarli. In tal caso, abiti e soprattutto cappotti, venivano scuciti e rigirati con precisione, portando all’esterno quello che era all’interno e viceversa. Inoltre, aggiungendovi qualche particolare, riuscivano a far apparire nuovo quello che nuovo non era. I sarti svolgevano la loro attività in botteghe, prevalentemente concentrate nel centro storico; mentre le sarte la praticavano esclusivamente in casa propria. I sarti lavoravano per uomo e le sarte per donne; qualche sarta lavorava anche per uomo. Il sarto e la sarta avevano giovani collaboratori, mandati dalle loro famiglie a mbarà u mestíre (a imparare il mestiere); spesso non erano remunerati, ma in compenso ricevevano quello che oggi si chiama “formazione professionale”.

I più bravi e determinati erano destinati a iniziare una propria attività.
Una classica bottega di sarto aveva alcuni sgabelli per i lavoranti, un bancone (abbastanza alto) e molti attrezzi indispensabili per l’attività artigianale:
i forbece d’i sarte (forbici di varia grandezza),
l’ache pe ccóse (aghi in osso o bronzo),
u cendìmetre (nastro metrico per sarti),
u ggèsse (gesso per disegnare sulla stoffa le forme dell’abito),
u detale (ditali in osso o bronzo),
u fírre da stíre (il ferro da stiro),
‘a machene pe ccóse (la macchina da cucire a pedale),
‘a squadre (la squadra), ‘
a spagnulètte (matassina di cotone),
i spille (gli spilli),
u manichíne (manichino a busto).

Nella parte posteriore della bottega, nascosto da una tenda scorrevole, c’era una sorta di camerino, utilizzato per le prove degli abiti. Quest’attività aveva una sua terminologia, che sta andando in disuso: u renàcce (il rammento); u speghètte (triangolino di stoffa) inserito nelle cuciture laterali; u punte (punto di cucitura), ’a mbastetúre (cucitura provvisoria); u nderlande (cucitura) provvisoria a punti lunghi; u soprammane (punto di cucito) per unire insieme due pezzi di tessuto; u rétepúnde (cucitura a macchina); ‘a pestagne (striscia di stoffa) che forma il bavero delle giacche e dei soprabiti; u fresille (fettuccina di organze), quasi trasparente, per rifinire gli abiti femminili; u bbattetacche (cordoncino) cucito all’interno dell’orlo basso dei pantaloni per proteggerli dall’usura; ‘a capessciole (fettuccia di stoffa) usata per vari scopi, tra cui reggere i mutandoni dei nostri nonni; infine, u paraguande (mancia) data a chi consegnava il vestito a domicilio del cliente.

Oggi, con la diffusione dell’abbigliamento di serie, l’attività sartoriale è diventata uno dei tanti mestieri di una volta; essa è ancora praticata da bravi artigiani, animati da una fortissima passione per ago e filo, pronti a servire chi continua a volere l’abito fatto a mano su misura.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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