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13 Giugno 2026
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Spigolature Dialettali: Modi di dire di una volta

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Una volta la saggezza popolare e i messaggi importanti quanto profondi si esprimevano attraverso il dialetto quando la popolazione era quasi totalmente analfabeta, e, pertanto, per trasmettere le regole di vita del popolo, erano utilizzati proverbi, espressioni, modi di dire, che spesso citavano personaggi reali o inventati della storia minuta lucerina.
Con il passare del tempo, ci stiamo disabituando a usarli perché estranei all’attuale lessico familiare e quotidiano, quasi inappropriati in un situazione espressivo dove prevalgono l’immediatezza e la rapidità della comunicazione. Ne consegue che essi andranno irrimediabilmente perduti o, perlomeno, si avranno serie difficoltà a chiarirne l’origine, anche perché il dialetto tende sempre più a italianizzarsi.
Tentiamo, allora, di svelare alcuni piccoli dilemmi sull’origine di espressioni dialettali della Lucera di una volta:
Ancora oggi per indicare una persona di piccola statura lo definiamo ZEPELÌNGHE. Costui era il soprannome di un fabbro che, grazie alla sua piccola statura, poteva eseguire ogni tipo di lavoro, perché riusciva a entrare dappertutto, anche nei posti più disagiati. Per questa sua singolare qualità è ricordato con il detto ME SÒ TRUUVATE JÚSTE JJÚSTE CÚM’E ZEPELÌNGHE.

A Lucera per indicare una persona che è afflitta da un’ossessione o da un pensiero ricorrente lo definiamo GGEGGÌLLE TOZZE. Era il soprannome di tale Luigi Tozzi, un personaggio singolare della Lucera di una volta che abitava dalle parti della Chiesa di San’Antonio Abate (Sand’Andúne), in fondo a Via Federico II. Aveva una strana mania gastronomica per le galline e pretendeva di mangiarne tutti i giorni. Per questa sua predilezione è passato alla storia minore di Lucera con il celebre modo di dire: SI FESSATE CÚM’E GGEGGÌLLE TOZZE P’I GALLÍNE.

Quando si vuole indicare una persona che s’immischia inopportunamente nelle vicende altrui, avendone poi la peggio, si cita PECACCHE, che era il soprannome di un vetturino vissuto alla fine dell’ottocento. Questo personaggio è rimasto nella memoria collettiva, fino ai nostri giorni, per alcuni modi di dire, coniati, appunto, proprio per i suoi comportamenti: Pecacche, p’i ‘mbícce de l’àvete àveje ‘mbacce; Pecacche p’i ‘mbícce de l’avète avíje i bbotte, mmèce de quatte n’ avíje ótte; o ancora, assemègghje a Ppecacche, se vace mettènne nanze pe nnanze p’avè i taccarate.

A Lucera quando si vuole prendere in giro qualcuno che ha indossato un paio di scarpe di un modello che rendono il piede piccolo, si cita U BBABBARÌLLE, un personaggio lucerino, facchino e beccamorto , noto soprattutto per essere un sempliciotto, molto ingenuo, che una sera si addormentò sulla scalinata d’a Chíjesa Granne e degli scapestrati gli bruciarono, con della carta accesa, le dita dei piedi. Da questo episodio fu coniato il modo di dire ASSEMÈGGHJE U PÍDE D’U BBABBARÌLLE.Si tratta indubbiamente di personaggi che hanno contribuito a fare la storia minore di Lucera.

In foto Anni 60 – Palazzo Ramamondi sec. XVI – La corte – Piazza S. Giacomo (2)

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