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22 Maggio 2024
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Bar De Chiara Copertina

Il libro “Bar De Chiara”, Capitolo 3: Le suore

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Libro Bar de Chiara

Capitolo 3

Le suore

La scuola aveva chiuso i battenti per le festività natalizie. Due settimane di vacanze attese dall’inizio dell’anno scolastico. Molti ragazzi, verso le dieci del mattino del primo giorno di vacanza, stavano già al bar De Chiara.

Alcuni ragazzi giocavano a stecca nella sala biliardo. In palio la solita pasta.
Giocavano all’italiana: due quarantotto e l’eventuale “bella”, sempre a quarantotto punti.
Il gioco è fatto con due biglie grandi bianche, assegnate ognuna a un giocatore, e un pallino colorato; mentre al centro del biliardo sono posti a castelletto quattro birilli bianchi e all’interno il birillo rosso.
I giocatori, che si alternano nel tiro, devono cercare di fare punti: abbattendo i birilli con la biglia avversaria colpita dalla propria dopo aver effettuato il tiro con la stecca; o toccando il pallino con una delle due biglie, dopo il tiro.
Se i birilli sono rovesciati dalla biglia di tiro, i punti sono negativi e vanno all’avversario o possono essere sottratti dai propri, se così si è convenuto a inizio partita.
Importante è anche “impallare” l’altro al fine di rendergli difficile il tiro.
L’avvio del gioco tocca a chi vince l’”acchito”. Ovvero i giocatori, contemporaneamente, effettuano un tiro con una delle due biglie grandi: conquista il diritto a iniziare la partita quello che ha messo la biglia il più vicino alla sponda di tiro, dopo aver toccata quella di fronte.
Altri ragazzi, seduti su uno dei due cassettoni che ricoprivano i compressori del bar, assistevano alla partita. Ed eccitati per l’aria di festa, gridavano e applaudivano a ogni bel tiro.
Mentre Pasquale stava telefonando, Lino, Michele e Antonio sostavano nella sala d’ingresso perché l’altra, quella che per tutto l’anno fungeva da sala di consumazione con tavolini e sedie, era adibita a sala d’esposizione di cassette e cesti natalizi da regalo. Mario De Chiara, per le festività natalizie e pasquali, ne curava l’allestimento con capacità ed esperienza, rendendola la più bella sala d’esposizione di regali da bar.

Le grida e gli applausi dei ragazzi del biliardo e le risate di Michele, Antonio e di altri ragazzi, che avevano appena ascoltato una barzelletta di Lino, fecero intervenire Sandrino il quale, rivolgendosi a tutti i presenti, disse: “E’ ancora mattina e già fate casino. Ragazzi, comportatevi bene. Inoltre, vi prego di non creare problemi proprio oggi perché fra poco verranno le suore della scuola Sant’Anna per scegliere alcune cassette natalizie di regalo. Mi raccomando”.
Poi, avendo notato che Pasquale stava al telefono da oltre mezz’ora, lo rimproverò così: “Il telefono è pubblico. Perciò non puoi utilizzarlo con un gettone per l’intera mattinata, come se fosse il telefono di casa tua”.

Mentre Pasquale stava chiudendo la telefonata, nel bar entrò Nicola con in mano un giornale arrotolato. Avendo visto che c’era la sua “squadra”, con aria sorniona, disse: “ Ora vi faccio guardare “qualcosa di eccezionale”. In un batter d’occhio Nicola e Pasquale si appartarono con Lino, cui si aggiunsero Michele, Antonio e qualche altro ragazzo.

Prima di raggiungere il bar De Chiara, quella mattina Nicola si era fermato dal meccanico che aveva l’officina poco distante da casa sua. Fra loro c’era confidenza, non solo perché suo padre era cliente, ma soprattutto per via di una certa complicità. Il meccanico era uno dei pochi che a Lucera acquistava la nuova rivista Men, un periodico che a quei tempi era definito “pornografico” ma che oggi non potrebbe essere definito tale. Era uscito l’ultimo numero e quella mattina, come sempre succedeva a ogni uscita del giornale, il meccanico diede voce a Nicola che c’era “materiale” fresco.
Nicola, dopo averlo sfogliato sbrigativamente nello sgabuzzino-ufficio dell’officina, insistette con il meccanico affinché glielo lasciasse per la mattinata, con l’impegno di restituirglielo prima della pausa pranzo.

Nicola aprì il giornale delicatamente e iniziò a sfogliarlo lentamente, mentre tra i partecipanti alla visione collettiva iniziarono a partire, tra risolini e sospiri, commenti e apprezzamenti sulla bellezza e sulle “doti” delle ragazze fotografate.
Per ultimo Nicola aprì la foto gigante che ritraeva la ragazza del mese: il manifesto, un foglio di cm 50X80, piegato a quattro fra le pagine centrali del giornale. La foto era di una ragazza molto bella, ritratta nella sua nudità di fianco; una foto niente affatto volgare che mostrava con nitidezza i contorni di un corpo snello e sinuoso.
Tutti rimasero incantati; e i commenti bisbigliati erano in primo luogo di meraviglia e poi di apprezzamento per la bellezza della ragazza.
Fu a quel punto, mentre Nicola iniziava a chiudere il foglio e il giornale, preoccupato dall’arrivo di qualche altro ragazzo incuriosito dall’insolito capannello, che Pasquale ad alta voce pensò: “Sarebbe bello esporre questo manifesto in questo bar così che tutti possono ammirare la bellezza di questa ragazza”.
Il passo tra il dire e il fare fu breve così come fu un momento legare l’affissione del manifesto all’arrivo delle suore. In un baleno il manifesto fu sistemato nel salone d’esposizione delle cassette e dei regali natalizi, attaccato alla grande bottiglia di pubblicità della birra Peroni, situata sul bancone.

Mentre Antonio, Lino, Michele e Nicola si spostavano nella sala biliardi, Pasquale acquistò un gettone, riconquistò il telefono e si mise di guardia all’ingresso del bar per avvisare gli altri dell’arrivo delle suore.
Una ventina di muniti dopo, la madre superiora, una suora bassa e un po’ anziana, entrò nel bar accompagnata dalla suora economa, alta e magra come un chiodo.
Esse furono accolte con grande cortesia da Sandrino che le accompagnò all’ingresso della sala di esposizione e si congedò rivolgendosi alla superiora: “Madre, fate come se foste a casa vostra. Scegliete con calma e con cura quello che v’interessa e dopo, così come è stato sempre fatto, i regali saranno consegnati immediatamente all’indirizzo dei benefattori che voi ci indicherete”.
Detto ciò Sandrino ritornò dietro il bancone. I ragazzi della “squadra”, invece, si sistemarono nei punti strategici per assistere agli sviluppi della situazione.

Non passarono pochi minuti e le due suore uscirono dalla sala d’esposizione tutte agitate, facendosi ripetutamente il segno della croce e gridando che non avrebbero più messo piede in quel posto, che non era un bar ma la casa del peccato e del diavolo.
Sandrino cercò di parlare loro per capire cosa fosse successo, ma la superiora lo apostrofò come uomo del peccato ed ella, dopo aver fatto ancora il segno della croce, con le mani che trattenevano il “gonnellone”, scappò dal bar dirigendosi verso il palazzo vescovile, seguita dall’altra suora.

Sandro, incredulo e sgomento, chiamò suo padre e suo fratello per dire loro quanto era successo.
Nel frattempo, nel salone d’ingresso accorsero quasi tutti i giovani che stavano nel bar e fuori, incuriositi per quanto avevano udito e visto.
Nel trambusto che seguì alla scena, nessuno dei ragazzi della “squadra” ebbe la prontezza di recuperare il manifesto; cosa che si rese impossibile dopo giacché don Salvatore e Mario avevano raggiunto la sala d’esposizione.

Non ci volle molto a capire come erano andati i fatti.
Don Salvatore, un uomo tutto d’un pezzo, severo e arcigno, si arrabbiò tanto e gridò così forte che tutti, dentro e fuori dal bar, sentirono quanto disse: “Chi ha causato questo casino? Se scopro chi è stato, lo concio per le feste. Così si conoscerà chi ha offeso la mia famiglia e il buon nome del bar De Chiara”.
Mario recuperò e piegò il “corpo del reato” che andò a conservare da qualche parte nel laboratorio.
Sandrino, affranto, si sentì responsabile di tutto ciò per non essere stato attento e con gli occhi aperti. Continuava a ripetere che non si trattava di uno scherzo ma di un’offesa perché il manifesto era stato esposto volutamente poiché si sapeva che sarebbero arrivate le suore.
A nulla valsero le parole di conforto del padre e del fratello che gli facevano notare come era difficile se non impossibile tenere a bada una banda di manigoldi.

Don Salvatore, dopo aver chiesto in giro, seppe che le suore, appena uscite dal bar, erano corse verso il palazzo vescovile.
Allora pensò che le suore erano andate immediatamente dal vescovo per raccontargli tutto l’accaduto. E, a quel punto, valutò che per salvare il buon nome della sua famiglia e del bar, era necessario spiegare al vescovo come erano andati effettivamente i fatti.
Perciò, dopo aver indossato cappotto e cappello sugli abiti da lavoro, attraversò la piazza ed entrò nella cattedrale, che si trova proprio di fronte al bar, per parlare con l’arciprete, parroco della chiesa madre.
Lo incontrò in sagrestia, gli spiegò il tutto e gli chiese di poter essere ricevuto dal vescovo.

L’indomani mattina il vescovo ricevette don Salvatore al quale disse subito che era informato di quanto accaduto e che non doveva preoccuparsi di nulla. Aveva capito che si trattava di uno scherzo messo in atto da alcuni studenti frequentatori del bar e che ciò non poteva ricadere né sulla famiglia De Chiara né sul buon nome del bar. Aggiunse, con sorpresa di don Salvatore, che dopo tutto si trattava di uno scherzo come i tanti che spesso i giovani mettono in atto senza valutarne le conseguenze.
Nel sentire ciò, Salvatore rimase muto e perplesso.
Perciò il vescovo aggiunse: “Caro Salvatore, ora occorre dire a questi giovanotti che prima di fare uno scherzo devono stare attenti a come, dove e a chi lo si fa”.
Il vescovo concluse l’udienza dando a don Salvatore l’elenco dei benefattori cui andavano consegnati i regali natalizi e gli affidò l’incarico di sceglierli personalmente. Aggiunse, inoltre, che il conto doveva essere consegnato direttamente alla madre superiora della scuola Sant’Anna.

Il giorno di Natale, i ragazzi responsabili dello scherzo confessarono di esserne stati gli autori e chiesero scusa per quello che avevano fatto.
Fecero gli auguri di buon Natale a Sandrino, a Mario e a don Salvatore il quale, guardandoli con occhi bonariamente torvi, disse loro: “Questa volta vi ha salvato il vescovo, ma se ne fate un’altra non ci sarà nessun santo a proteggervi”.

Da quel giorno nel bar De Chiara non entrarono né giornali pornografici né suore.


I CÁPE DE PÈZZE

Era il primo giorno delle vacanze natalizie ed alcuni ragazzi giocavano a biliardo, altri guardavano ed altri ancora chiacchieravano tra di loro, mentrePasuale stava al telefono a gettoni……

LINO: Uagliú!, quèste mo me l’à ccundáte cainateme… éje ‘a fine ‘u munne!!!

SANDRINO: Mo… n’accumenzáme p’i purcaríje a l’úse vustre… cum’e quèlle de l’àta vóte… che propete da te nen m’a sarríje máje aspettáte… quiste éje nu bbar de segnúre aggarbáte!

PASQUALE: Sandrí, tu tíne u córe tuste: si’ ccum’e na sandocchije… Lino, accunde, accu’…

LINO (provocatoriamente): Sandrí, accundece quanne de rembètte o’ Chenzorzije ce stéve u casíne de Feluméja Nasóne!

ANTONIO: Ah! e che cc’ià cumbunáte quèlla fràcete… (riferendosi alla legge Merlin).

SANDRINO: E che cacchje!… nu poche de cundègne… N’deméne!… cchiù grusse se fanne e cchiù fèsse s’addevèndene!… Ma a vúje a cápe v’ajúte o no?

LINO: Cum’éje u fatte… che… n’do casíne oggn’e quinece jurne cagnavene i figghijóle e príme d’angegnà a fategà ‘i facèvene passà na bbèlla vìsete d’o ‘Ffecijále Sanetarije?…

MICHELE: Parlanne che respètte, pe vedè angóre t’ammeskavene i chiatille e a zefìleche (grande risata collettiva)

LINO: … Tuttu quande ‘nfíle ‘sti bbèlle fegghijóle arrevavene annanze a l’ambulatórije d’u dottóre e trasèvene v’une ‘a vóte a farese vesetà.

PASQUALE: … A tè u dottóre e ccume s’éva addecrijà… pe tutte quèlla rrobbe…

LINO: … Na vecchijarèlle sènza dinde che stéve assettáte annanze a’ porte de nu suttáne, jíje pe ‘ddummannà a nu spernicchije che stéve passanne da llà: “Nè giuvenò, ma andò vanne tutte quille segnuríne?”… E quille respunníje: «Mammanò… a llà arrijalene i cumbitte»… E ‘a vecchijarèlle: «Allore… mo m’appresènde púre íje»… e se jíje a ‘ssettà accuste e’ segnuríne…

ANTONIO: Che ‘i prudéve angóre ‘a pellècchije… a’ mammanonne??? (altre risate)

PASQUALE: E facìtele fenèsce!!!…

LINO: … Doppe nu bbèlle póche arreváje u dottóre che, cume vedíje ‘a vecchijarèlle sènza dinde, sùbbete addummannáje: «Nèh, mammanò… e vúje che ce fáje a qquà?»… e quèlle, sott’a bbotte, u’ respunníje: «Dottó, tu n’de preuccupà, chè íje m’i zúche…» (altre risate generali).

SANDRINO: Quiste téne na lènghe che tagghije e cóse!!!… Pare che stáce sèmbe citte, … e po’ vide quande ne váce accundanne?!?… Ma ‘u sapéte che pe sti’ trascurze tenéte ‘a scummùneca ‘ngulle?!? Mo faciteve u sègne d’a Cróce … e a Nnatále jateve a cumbessà… fetendúne!!!

LINO: Sandrí: mo fáje cum’e pàtame!… quille me díce sèmbe accussì: «’Nvéce de studià…. stáje sèmbe jettáte da De’Chiáre a pèrde timbe e … denáre».

ANTONIO: A mmè pàtame nen me díce ninde si vènghe a qquà… ma vogghj’a Ddíje véde che nene studiéje, … se méne subbete ‘mbacce…

MICHELE: a mmè, a seconde de cume se tróve!…

SANDRINO: Ogge nen me tazzecáte: tènghe u cirre sturte e… m’arraccumanne… póche chiacchiere, pecchè cchiù tarde ànne venì i moneche de Sand’Anne…

LINO: … E che ànna venì a fa’ a qquà i Cápe de pèzze???….

SANDRINO: So’ fatta nustre! … poca cumbedènze!!!

NICOLA (entrando): Salute a tutt’a cumbagníje…. crjatúre, ggeuvenotte e óme fatte!

MICHELE: E che è ‘rreváte ‘a spóse?… Ma tu t’u friche u sunne! E’ viste che óra sonne?!?

ANTONIO: Àmme vogghije a parlà… tu te ne víne sèmbe che sta’ si-bèmòlle…

NICOLA: Aíjre sére agghije fatte tarde pecchè àmme jucáte a carte fin’e trè de notte… Mo me so’ fatte da’ nu passagge d’o bbenzenáre…, ma quille téne nu cucce de màchene che váce a ttrè…

LINO: ‘Mbà Nik Manofrèdda, … quanne se fanne i cóse de notte, o’ jurne se vèdene!… Tíne na facce!!!…

SANDRINO: Pecchè, te chiàmene accussì?!?

NICOLA: Sandrí … a mè me piace assáje a jucà a carte… Quanda notte agghje zumbáte …

SANDRINO: Ma vúje jucáte tande pe passà u timbe, oppuramènde jucáte ch’i denáre???

NICOLA: Sandrí … o’ pokèrre se jóche p’i denáre… sennò n’ge stáce sfizzije!!!

SANDRINO Allóre… stiteve attinde che ‘a ‘rrobbe du ‘rriffe e ‘rraffe se ne váce ‘ndu ‘zziffe e ‘zzaffe!!!

PASQUALE (interrompendo la conversazione telefonica): Sandrí, Madonne, sèmbe ‘i stèsse fatte díce!…Mo ce fáje venì nu uáje ‘ngápe!

SANDRINO: Ogge tènene tutte quante ‘a suste… Nèh giuvenò… a parte u fatte che m’è angóre pagà u gettóne, … ma te l’avisse accattáte stu tèlèfene?… míche te puje stà allà ‘mbacce tutte ‘a jurnáte!!! Eh!… jà…, nu póche…de ‘ducazióne!!!

NICOLA: Ohe… uagliú!,… u benzenáre tenéve ‘stu ggiurnále,…se chiame ‘MEN’…. Ci’àgghje ditte de ‘mbrestaremille pe na mèzza jurnáte….

LINO: Quiste éje nu ggiurnále sckitte p’i màscule!!!

PASQUALE (lasciando la cornetta del telefono): Mamma míje… e quanda rrobbe stáce a qquà…

ANTONIO: Catafréche!!!…

LINO: Bbèlle bbèlle uagliú! Nen vuttáte …

NICOLA: Uèh!, nen me strazzáte u ggiurnale, che quille u bbenzenáre àvete che nen m’à ditte,… e che po’ v’àgghija fa’ vedè… a pàggene de mizze: nu sorte de manifèste che díce: “la ragazza venerdì”…. Vidà-vì!!!

PASQUALE: Ma íje a quèste ‘a canosce:… éje quèlle che fáce tutte quilli film a’ núde!

LINO: Madò… e che pizze de fegghijulazze, tutte cosse e … presènze!

PASQUALE: E che bbèllu panáre!…

MICHELE: Ma avíte viste e che ccèste de ……capille!

NICOLA: … Mèh! avàste, angore se strazze!

SANDRINO: Che succéde….allà???

PASQUALE: Ninde-nì! Sandrí, n’de pegghijanne fastidije: ogge ce putíme addecrijà… Uagliú! púre che nen teníte ‘ndenzióne … a mmè me accummènzene a próde i máne…

ANTONIO: … Mo che te passe p’a cápe?!?…

PASQUALE: Citte,… è sendíte cchiù príme Sandríne che à ditte?!? Mo ànna venì i Cápe de pèzze! E núje stu manifèste u mettéme ammizze e’ cassètte d’i legùre… tande quille ‘i vènene a ‘ccattà tutte l’anne. E vedíme che succéde….

ANTONIO: Uagliú, a qquà passáme nu uáje!!!

MICHELE: E’ Cápe de pèzze… ‘i facéte arreterà càreche de meraviglie…

NICOLA: Angegnáme bbune ‘stu Sande Nátale!… Mo u váche a sestemà íje stu ‘mbicce, che so’ cchiù pràteche de vúje…

LINO: Mo che arrìvene… a qquà t’è vedè póche l’Ópere…

MICHELE: Quille s’appresèndene sèmbe anzìme… ‘a superióre e l’ècònome: m’assemègghjene a Stàlije e Òlie

ANTONIO: E’ luére: ‘a superióre éje tonna-tonne, … e che na sorte de ‘nguècchije sott’o musse… E quell’àvete éje sècca-sècche e pare na fercína storte…

PASQUALE: Uagliú … íje mo p’a scúse che parle o’ tèlèfene, me mètte de uàrdije annanze a’ porte…

LINO: E núje turnáme a jucà o’ beljarde…. cume si ninde fosse!!!….

PASQUALE: Uagliú …..’i vì… stanne arrevanne! …

SANDRINO: Buongiorno Madre Superiora… in che cosa vi posso essere utile???

MADRE SUPERIORA: Sig. De Chiara… come ogni anno… dobbiamo scegliere parecchie cassette da regalare ai nostri benefattori….

SANDRINO: Prego Madre…. accomodatevi nell’altra stanza e scegliete con calma… Quando siete pronte… mi chiamate ed io vado ad avvisare anche mio padre…

LINO (ad Antonio): Avive propete rraggijóne:… vúne éje ciaciotte e n’avete è accussì sècche che téne ‘a trippe attaccáte e’ ríne…

MICHELE: Mo sì che … ce’addecrijáme…

Le due suore iniziano a guardare accuratamente le cassette di liquori e, di colpo, vedono il manifesto con la donna nuda. Dapprima si guardano attonite negli occhi senza dire una parola, poi, di colpo, la madre superiora lancia un urlo che si sente fino in piazza

MADRE SUPERIORA: Andiamo immediatamente via da questo luogo di senza Dio!!!

ECONOMA: Sì, sì …. questo bar è maledetto!!!

Sandrino, trasalendo, va incontro alle due suore

SANDRINO: Madre, che sta succedendo???

MADRE SUPERIORA: Stai lontano… scomunicato! In questo locale non metteremo più piede. Siete dei senza Dio!!!….

SANDRINO: Ma Madre….

ECONOMA: Stai lontano… lazzarone che non sei altro!…

Le due suore escono di corsa dal bar, lasciando Sandrino scioccato e senza parole

SANDRINO (intuendo qualcosa di strano): Uagliú!, vúje n’zapéte ninde, è luére?!? Vogghje a Ddíje …

NICOLA: Ohè… mò u vache a luuà u manefèste! …

PASQUALE: Nen éje cchiù pussìbbele…

NICOLA: … e pecchè?!?! …

PASQUALE: N’ni vide che stanne arrevanne Don Salvatore e Mariittille!?!…

SANDRINO: Papà… èrene venúte i dóje Cápe de pèzze de Sand’Anne a ‘ccattà i cassètte de legùre e … tramènde stèvene guardanne, sènza che íje agghije ditte ninde… se so’ vutate malamènde, se so’ misse a lucculà e se ne sonne júte tutt’arraggiáte… A qquà gatte ce cóve!!!

DON SALVATORE DE CHIARA: Uagliú! … a qquà sènde nu fite de garze!!!

PASQUALE (tra i denti): A qquà i fatte se mèttene propete malamènde…

MICHELE: Mo che játe truuanne da núje… staváme jucanne o’ belijarde:… n’ge ne séme manghe accorte che stèvene i Cápe de pèzze!…

DON SALVATORE: Giuvenò!… a qquà núje nen ‘zéme fèsse… e si quacch’e vóte facíme i fèsse è pe nn’èsse pegghijáte pe fèsse… Avéte capíte o no!?!

Nel frattempo Mario De Chiara, che si era messo a controllare le cassette, nota la pagina del giornale.

MARIO: Papà vina víde nu poche a qquà!!!

LINO: Mò ce n’àmme sckitta jì… sennò a qquà fenèsce a sckife!

DON SALVATORE: Ninde de méne!!! Ssì cca ssì, ma no tanda tande!!!… E cche àmme fatte a qquà! Andò stanne quille malabuatte?!? …

SANDRINO: Ùcchije e nnand’ùcchije… se so’ squagghijáte…. Cume al sòlete… ànne fatte u ‘nguacchijhe… e so’ sparíte!!!

MARIO: Eh!, ma è mègghje pe llóre che n’ze fanne cchiù vedè annanze a l’ùcchjie nustre… ché s’ì véde pe ‘nnanze, quand’è vére Criste, stavóte ‘i struppéje bbune!!! …

Continua…
Il prossimo capitolo sarà pubblicato martedì prossimo.
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