In questo mio excursus sulle bellezze pittoriche delle nostre chiese, questa volta ho scelto un bellissimo quadro che si trova in una chiesa non accessibile al pubblico, perché, in primis inglobato nel Convitto Nazionale “Ruggiero Bonghi ed ora chiusa perché è in pericolo di crollo. Stiamo parlando della chiesa di San Bartolomeo apostolo e il quadro è proprio quella del martirio san Bartolomeo.
La chiesa fu costruita nel XIII secolo per volere di Giovanni Pipino da Barletta subito dopo la depopolatio della colonia saracena del 1300, con un vasto Monastero che venne abitato dai Padri Celestini. Dal 1700, dopo una opera di ristrutturazione, si presenta adesso con caratteri di stile barocco. All’interno, oltre al quadro che verrà trattato in questo articolo, ci sono opere veramente di pregio, tra cui: Solimena e De Mura.
Il nostro dipinto misura 1,80m. x 1,19m., è posto sull’altare centrale in alto con una cornice in gesso, esso rappresenta il momento in cui san Bartolomeo sta per essere scuoiato. La composizione in questione è dominata dal busto inarcato di Bartolomeo, con le braccia legate in alto, mentre un aguzzino sta scuoiando il braccio sinistro con il coltello, arma che è divenuto suo attributo tradizionale, mentre un altro torturatore, accosciato ai piedi del Santo, è pronto per continuare l’opera di scorticamento.

Il nostro quadro rende in modo straordinario la resa anatomica, con una cura realistica dei dettagli della muscolatura contratta nella forzata inarcatura ed esaltata dal fascio di luce che squarcia diagonalmente la scena. Attraverso il colore superficiale dell’incarnato si intravede il fondo scuro, che ne esalta la modulazione chiaroscurale, conferendo saldezza alla forma. Il panneggio che avvolge i fianchi è solcato da pieghe profonde, con solchi d’ombra e innervature luminose. L’opera è caratterizzata da violenti e drammatici contrasti chiaroscurali, che rimandano alla lezione caravaggesca: gli incarnati del torso e del volto sono modulati da attenti passaggi luce-ombra.
Alle spalle del Santo, oltre ai 2 angeli che scrutano la scena, abbiamo altri soggetti che assistono alla tortura incuriositi, uno di essi, quello di sinistra, è vestito con abiti tipici dell’Armenia, dove si pensa che è avvenuto l’episodio, e ha alle spalle uno strano volto, probabilmente di un idolo, che l’autore del dipinto rivolge verso il santo.
Passiamo ora a parlare dell’autore di questa meraviglia, la tela è stata attribuita a Ferdinando Sanfelice, un artista a tutto tondo che ha operato soprattutto nel napoletano ma anche in puglia. È ricordato soprattutto come architetto, è stato uno degli architetti più creativi del Settecento napoletano, famoso soprattutto per i monumentali scaloni aperti da lui costruiti. Lui è nato a Napoli, 18 febbraio 1675 e morto sempre a Napoli il 1 aprile 1748.
Suo maestro di pittura fu Francesco Solimena, grande pittore anch’esso napoletano di cui questa chiesa e altre chiese di Lucera conservano bellissime opere. È veramente impossibile elencare tutte le opere, ripeto soprattutto architettoniche, fatte dal Sanfelice, ci piace ricordare i lavori fatti nella chiesa di San Gennaro a Napoli, quelli fatti a Capodimonte a Salerno e a Nardò.
Si pensa che abbia anche avuto a che fare anche con Foggia, in effetti il famoso Palazzo Trefiletti, posto nel centro storico di Foggia, è stato attribuito al Sanfelice.
Questa volta siamo d’accordo con l’attribuzione fatta, esaminando sia le altre opere del Sanfelice e vedendo la collocazione temporanea, primi del settecento, non ho dubbi su questa assegnazione.
Cosa mi rimane da dire che questa chiesa, contenitore di capolavori, merita senz’altro una visita ed è un peccato che rimanga chiusa; le opere, almeno quelle, dovrebbero essere messe in sicurezza in modo da renderle visibili a tutti anche perché, al contrario di tante opere della nostra città, queste godono ancora di buona salute, forse l’unico che avrebbe bisogno di una pulitura è proprio il quadro di San Bartolomeo.
Si ringrazia il dott. Emanuele Faccilongo per averci fornito le foto.
Gianni Mentana

