Zepelinghe era un personaggio della Lucera di una volta, che, come oggi si direbbe, era “diversamente alto”, con le gambe storte e con scarso acume, che faceva u garzóne nd‘a putéche de nu u ferrare (l’aiutante presso un fabbro).
In combutta con nu pezzecagnúle (un salumiere) ogni tanto trasportava derrate alimentari di contrabbando con un carrettino. Una sera, però, venne fermato dai carabinieri che lo denunciarono.
Durante il processo, che vide la partecipazione di a buona parte della popolazione lucerina, incuriosita, alle domande del giudice assunse un atteggiamento fu inizialmente molto reticente, rispondendo sempre: Nzacce ninde!, provocando risate generali. Incalzato dal giudice,, alla domanda volta a sapere cosa trasportava nel carretto, cominciò a perdere sicurezza, anche perché il salumiere suo complice, presente tra il pubblico, continuava a fargli capire che se parlava sarebbero stati guai.

Non sapendo più cosa rispondere, se ne uscì con un’espressione che sarebbe rimasta negli annali del dialetto lucerino per indicare che non si poteva dire quello che si sapeva per evitare guai: Mò vide mò! Segnór ggiudece, u vì u mastre! Al che il giudice si rese conto che si stava processando nu bbabbígne (un povero handicappato), mentre il vero responsabile del reato era il salumiere, che venne giustamente condannato.

