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4 Ottobre 2022
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Pillole Dialettali, per giovani e non, di detti, storie e luoghi di Lucera. I LUCERÍNE SÒ SARACÍNE?

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I LUCERÍNE SÒ SARACÍNE?

Lucera, come molti altri luoghi, è stata abitata da moltissime popolazioni nel corso dei secoli. Dai greci, se si pensa al suo fondatore Diomede, dai Dauni, dai Romani e, in tempi più vicini, dai Saraceni, Angioni e altri ancora.
In particolare, però, di saraceno noi lucerini non abbiamo nulla, anche se subiamo ancora il fascino di una presenza araba durata una settantina di anni, risalente a oltre sette secoli fa.

Erano denominati Saraceni (dall’arabo Sarqa=Orientale) popoli di religione islamica, provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa Settentrionale, che invasero e occuparono la Sicilia per più secoli.
Federico II di Svevia, divenuto Re di Sicilia, dal 1220 iniziò una pressante offensiva contro gli ultimi insediamenti musulmani dell’isola, che minacciavano la stabilità del suo regno, per avere il totale controllo dell’isola.

Per stroncare le ultime sacche di ribellione, Federico decise di deportare in massa, a più riprese, diverse decine di migliaia di arabi siciliani, insediandoli a Lucera, che divenne in breve tempo una “città orientale” di confine, al nord del suo regno in Italia.

All’epoca, Lucera era una cittadina poco abitata e in decadenza, i cui fasti dell’età imperiale augustea erano solo un lontano ricordo. Essa, il cui nome, Lugerash, deriva dall’arabo subì un rinnovato sviluppo con moschee, edifici e costruzioni in stile arabo; l’economia locale ebbe un forte impulso per la presenza di capaci agricoltori, carpentieri, mattonai, provetti artigiani e armaioli. Nel periodo della dominazione, Lucera ospitò un singolare istituto scientifico, la Dar al–‘il (letteralmente, casa della conoscenza), una sorta di polo, di laboratorio scientifico aperto ai dotti dell’epoca, che nulla aveva da invidiare a quella degli arabi di Spagna.
Durante quel periodo Lucera visse uno dei suoi momenti di massimo splendore, paragonabile a quello dell’epoca romana augustea.

I saraceni di Lucera, pur nella loro condizione di servi dell’Imperatore, godevano d’importanti “privilegi”: libertà di culto, conservazione delle usanze e tradizioni, mantenimento della loro organizzazione sociale e, perfino, una forma controllata di autogestione amministrativa.
La comunità aveva un proprio capo, il “Kaid (lʹarcadio)”, che amministrava la giustizia ed esercita il potere esecutivo nel nome dell’imperatore, cui rispondeva direttamente.

La comunità araba di Lucera e Federico II furono legati da un patto di reciproca protezione e di fedeltà, che non venne mai meno durante tutto il suo regno e anche dopo, con i suoi ultimi discendenti. In caso di guerra, i saraceni lasciavano la zappa, l’aratro, le attività commerciali e artigianali, per diventare fedeli soldati del loro protettore.

Erano guerrieri nati: bravissimi arcieri e famosi cavalieri. E anche uomini fidati, tanto che la guardia del corpo di Federico II, era formata solo di saraceni. Essi parteciparono a tutte le campagne sveve in Italia, distinguendosi soprattutto nella battaglia di Cortenova, contro la Lega Lombarda, e durante l’assedio di Brescia.

La presenza musulmana a Lucera cessò di colpo con la drammatica strage del 15 agosto 1300, per opera delle truppe angioine e le successive morti della popolazione rimanente per fame, stenti e malattie, , a seguito della deportazione della stessa in varie città del sud d’Italia, per essere venduta al mercato degli schiavi.

Dei saraceni a Lucera restano tracce linguistiche nel nostro dialetto (TAVÚTE da tabut = bara, CHIÁRFE dal qiàrf = moccio, CUPÈTE da qubbayta = torrone mandorlato, SSCIÁRRE da sharah = lite, ZZÍRE da zir = recipiente per l’olio) e la tramandata arte di curare gli orti giunta sino agli ultimi nostri vecchi ortolani.

Le testimonianze oltre che linguistiche sono anche artistiche e, probabilmente, architettoniche. Inoltre in diversi musei italiani ci sono reperti provenienti dalla famosa “Luceria Saracenorum. Anche nel nostro locale museo ci sono due sale dedicate alla colonia, frutto di (pochi) scavi fatti allì’interno della fortezza angioina negli anni 90 e agli inizi del 2000 (nota di Alessandro De Troia).

 

 

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