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24 Luglio 2024
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Pillole Dialettali, Tradizioni: Rimedi popolari contro le malattie

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Tempo fa raramente si andava in ospedale e il medico veniva chiamato solo nei casi più gravi perché bisognava pagarlo e questo non tutti erano in grado di farlo. Allora si ricorreva alla scienza dei poveri, rimedi curativi rudimentali, tramandati di generazione in generazione, per far fronte alle malattie più disparate, spessissimo efficaci, ma che in alcuni casi peggioravano la situazione. Spesso l’arte di medicare e curare era affidata a maghi e praticoni che, tra superstizione e magia, preghiere, amuleti, erbe e pietre da portare addosso, facevano leva sull’ignoranza della povera gente.

Ecco alcuni rimedi popolari contro le malattie:

· gli ematomi, la polmonite, ripulire il sangue, e abbassare la pressione alta erano curati con le sanguisughe (i sanguètte p’u sanghe aggrumete, p‘a pulmenìte, pe puluzzà u sanghe e p’i scalmane). Le sanguisughe venivano applicate sulla piega dei gomiti o sulle spalle per far sottrarre il sangue ai pazienti;

· i raffreddori e le bronchiti erano curati con un infuso (cataplasme), fatto con acqua bollente e semi di lino, che steso su una pezza veniva applicata sul petto del paziente ( ‘na ciambate de seménde de lìne che acqua vullènde sóp’a ‘na pezzetèlle appujate sóp’o pítte d’u malate);

· i foruncoli (i caravúgne) venivano curati con un unguento (u nguinde) grasso, appiccicoso e puzzolente che si spalmava sul foruncolo (grasse, leppúse e puzzulènde che si strecave sóp’u caravúgne);

· per calmare il pianto dei bambini veniva dato loro ‘a pupatèlle, un pezzetto di stoffa o un fazzoletto imbevuto di zucchero (‘na pezzetèlle ‘mbosse c’u zucchere);

· gli ascessi all’orecchio, le otiti, venivano curati infilando nell’orecchio il latte di una donna che stava allattando una bambina (premènne nd’a récchje u latte che stéve allattanne ‘na crejatúre);

· l’osso contuso o fuori posto o rotto veniva curato con una sorta di primitiva ingessatura, ottenuta con un impasto preparato in un recipiente con il bianco dell’uovo sbattuto a neve, nel quale si inzuppavano fili di canapa (‘a stuppate);

· le ferite erano curate con le ragnatele (‘a feliníje), l’unto dei capelli (l’unde di capílle), le pellicole interne della canna (l’ucchietìlle);

· le emorragie venivano curate con un’erba chiamata erba del pastore (‘a caprèlle);

· il male di gola era curato con i tarallini di San Biagio (i taralluzze de Sanbejase), che venivano distribuiti in chiesa ai fedeli nelle ricorrenze dei predetti santi e consumati in famiglia per devozione;

· gli occhi con le cispe (scazzìlle) venivano curati con la pipì di un neonato (‘a pissce de nu crejatúre) o con la melma dell’abbeveratoio dei cavalli (‘a lóte d’u bbeveratúre d’i cavalle);

· per i bambini che non volevano prendere sonno veniva dato loro un decotto (u papagne o u papagnóne) ottenuto unendo semi del papavero campestre con acqua calda e zucchero Era un rimedio dell’antica saggezza popolare lucerina ottenuto estirpando nei campi di grano, tra le erbe infestanti, anche il papavero.

Le mamme lucerine seguivano i consigli delle donne che avevano cresciuto tanti figli, non rendendosi conto che non si trattava di una semplice bevanda sedativa, ma che, in realtà, davano ai bambini un oppiaceo;

· per curare le punture di vespa si strofinava uno spicchio d’aglio sopra la puntura (se strecave ‘na capa d’aglje sópe u pungéche)

· l’ infezione purulenta del margine ungueale delle dita (i panarizze) veniva curata con un impasto di farina, olio, latte, vino zucchero e pezzetti di lampascioni crudi (mbaste de faríne, úglje, latte, víne, zucchere e pezzetìlle de lambasscióne crúde);

· le infiammazioni della vescica erano curate con un decotto di acqua bollita con foglie di malva o con un in infuso con acqua calda e foglie di malva (nu decotte o ‘na nfusjóne de fogghje de malve);

· la pressione (i scalmane) veniva curata con un decotto di foglie di ulivo (decotte de fogghje de vulíve);

· l’ascesso veniva curato (maturà) con il grasso della carne di cavallo (‘a súgne de cavalle);

· le escrescenze di consistenza dura che compaiono sulla pelle (i púrre) venivano curate con il sangue mestruale o con un filo di seta legato a una canna (c’u sanghe d’u marchèse o che nu fíle de sète attaccate a ‘na canne);

· per far aumentare il latte alle donne veniva utilizzato un infuso di acqua calda con il finocchio (‘a nfusjóne d’acque cavede che u fenúcchje) oppure veniva dato a queste donne il pancotto con le cipolle (u panecútte ch’i cepólle);

· l’orzaiolo veniva curato con un unguento a base di olio di fegato di merluzzo (u nguínde de úglje de fegate de merlúzze);

· le malattie dell’intestino (paratúre) avevano come rimedio estremo quello di farci passare sopra la pancia una mano di un morto recente (fa passà ‘na mane de nu múrte friscke sóp’a tríppe);

· i calli venivano curati con le bucce di pomodoro a pezzo o con il lampascione a pezzi (scorze de pemmedóre a pízze o lambasscióne a pízze);

· le emorroidi (i stumacale) venivano curate con un infuso di acqua calda con foglie di noci (‘a nfusjóne d’acque cavede che fogghje de noce);

· le carie (i dínde tarlate) venivano curate infilando nel dente un chicco di sale o del tabacco (nu poche de sale o de tabbacche).

Quando tutto diventava vano, allora alla povera gente non rimaneva che invocare l’intervento dei santi guaritori, invocati a seconda delle specifiche competenze terapeutiche:

· per le ferite veniva invocato San Sebastiano (Sande Sebbastjane), perché era morto colpito dalle frecce;

· per il fuoco di Sant’Antonio veniva invocato Sant’Antonio Abate (Sandandúne) perché da vivo aveva sofferto di malattie della pelle;

· per i dolori di pancia veniva invocato Santo Erasmo (Sanderasme) perché nel martirizzarlo gli avevano tolto l’intestino;

· per il mal di gola veniva invocato San Biagio (Sambijase) perché aveva salvato un bambino che stava per morire soffocato a causa di una lisca di pesce;

· per le malattie degli occhi veniva invocata Santa Lucia (Sanda Lucíje) perché le avevano estirpato gli occhi.

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