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21 Settembre 2021
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Sfogliando: “PIGGHJE A CREDÈNZE, CHE A PAGÀ DOPPE SE PÈNZE”, piccoli e medi negozi della Lucera che fu

I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“PIGGHJE A CREDÈNZE, CHE A PAGÀ DOPPE SE PÈNZE”

sfogliando

Traduzione: “Fai acquisti con pagamento dilazionato, perché a pagare dopo si pensa“.

Significato: In tempi non troppo lontani i negozianti davano la possibilità a tanti di pagare alla fine del mese o a rate.

Curiosità: Prima e dopo gli anni Cinquanta dell’ultimo secolo, quando a Lucera non c’erano ancora supermercati e centri commerciali, ma molti piccoli e medi negozi che vendevano i più diversi beni e prodotti, i rapporti umani avevano un sapore particolare. Era il periodo in cui il potere di acquisto di tantissime famiglie era limitato, ma nello stesso tempo si diffondeva l’aspirazione a migliorare le condizioni di vita, sull’onda di un forte sviluppo economico e sociale, dopo gli anni della guerra e del dopoguerra. Nei negozi alimentari, poiché quasi tutti i clienti avevano problemi di liquidità, si acquistava con signe sóp’u quaderne (annota sul quaderno), debiti che venivano onorati appena se ssiggèvene i jurnate, ‘a mesáte, u stepéndje, ‘a penzióne, u sussideje” (si riscuotevano le giornate del lavoro agricolo, il mese, lo stipendio, la pensione, il sussidio); mentre i contadini pagavano i loro debiti alla vendita del raccolto. Tra il commerciante e il cliente esisteva un rapporto di fiducia reciproca: il negoziante sapeva che il debito sarebbe stato pagato e il cliente non dubitava mai dell’onesta del commerciante il quale segnava tutto su un pezzo di carta o su fogli di quaderno, dopo aver fatto i conti, a volte anche a mmènde (a memoria). Era il tempo in cui le famiglie, sicure di poter pagare i propri debiti, facevano acquisti di beni di consumo; tutto o quasi tutto era diventato accessibile per l’affermarsi del pagamento con le cambiali. Per l’acquisto di tessuti e capi d’abbigliamento, bastava recarsi in negozi come quello: dei Napolitano, il più antico, aperto nel lontano 1876, che vendeva tessuti, lane per materassi e in seguito i primi abiti Lubiam, dei Lusuriello, di Bondanese, Lamorgese. E, soprattutto, di Ziccardi, il primo a vendere abiti bbèlle e fatte (confezionati) di grandi marche. Una novità per Lucera, anche perché nella vetrina espositiva c’era un manichino che li indossava in maniera perfetta. Da qui l’espressione rivolta a chi vestiva elegante «Pare u púpe Zeccarde» (sembri il manichino di Ziccardi). Con il boom degli elettrodomestici, non c’era casa in cui non era presente il televisore, il frigorifero e anche la lavatrice, acquistati negli storici negozi di Stanca, Tessitore e, del più carestùse (esoso), Paternostro, che vendeva però articoli Siemens, il “top” dei marchi per questi elettrodomestici. Poi arrivarono i supermercati e centri commerciali che crearono un modo innovativo di fare la spesa, che incontrò il favore dei consumatori per i prezzi competitivi ma fece perdere quel rapporto umano che legava il commerciante ai propri clienti. Oggi quei negozi non esistono e quella Lucera ormai non c’è più..


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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