Il termine è il toponimo popolare per designare il seicentesco convento dei Frati Cappuccini di Lucera, costruito con i resti di monumenti romani (il tempio di Cerere e l’Anfiteatro). Il convento fu affidato ai francescani. Esso fu chiuso nel 1811 a seguito di una legge promulgata da Giuseppe Bonaparte, Re di Napoli. Riaperto, venne chiuso e abbandonato nel 1867. All’inizio del 1900, per iniziativa della nobildonna lucerina Maria de Peppo Serena e con le offerte delle più ricche famiglie della città, il convento fu ristrutturato e divenne la sede della Casa di riposo “Maria de Peppo Serena”, la cui conduzione fu affidata alle suore di San Vincenzo de Paoli per assistere persone di età avanzata, prive di assistenza familiare e di mezzi di sussistenza Come di consueto i lucerini utilizzarono il dialetto per creare nuovi modi dire: È JJÚT’E CAPPUCCÍNE = È stato ricoverato all’ospizio… ADDA JÍ A FERNÈSSCE E CAPPUCCÍNE = Per indicare chi fa una vita dissoluta, sperperando… E CAPPUCCÍNE È FFENÈSSCE… E SÈMBA JÍ A FFENÈSSCE E CAPPUCCÍNE! = Auguri malevoli di fare una brutta fine.

Cappuccini – Foto ricavata dal libro – Lucera nella storia e nell’arte – di Massimiliano Monaco –
Foto di Giuseppe Sambero

