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3 Dicembre 2022
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Dialettando 283 – Modi di dire Lucerini

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lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 283

A Lucera non si dice “È colmo fino al limite” ma si dice
– “NEN NGE CAPE MANGHE N’ÀCENE DE SALE“ – (Traduzione: Non c’entra più niente nemmeno un grano di sale)

A Lucera non si dice “Chi è colpito da tante malattie, può vivere più a lungo di chi è stato sempre in buona salute” ma si dice
– “ ‘A QUARTÁRA ROTTE CÁMBE CIND’ANNE“ – (Traduzione: L’anfora di terracotta lesionata dura cento anni)

A Lucera non si dice “Ora ti riempio di botte!” ma si dice
– “MÒ TE FRÈCHE U PÍLE!” – (Traduzione: Adesso ti sistemo il pelo)•

A Lucera non si dice “È una ragazza o donna che fa troppe smancerie” ma si dice
– “ASSEMÈGGHJE A ‘NA PUPARÈLLE” – (Traduzione: Sembra una bambolina)”

A Lucera non si dice ” È una persona lenta nel fare qualunque cosa” ma si dice
– “È LLUNGHE CÚM’E ‘NA MÈSSA CANDATE” – (Traduzione È lungo come una messa cantata)

A Lucera non si dice “Nasconde le proprie intenzioni senza che gli altri se ne accorgano” ma si dice
– “FACE CÙM‘A GATTA SÓPE A ‘NA SPORTE DE PÈSSCE“ – (Traduzione: Agisce come la gatta su una cassetta di pesce)

A Lucera non si dice “Cerca di avere pazienza ancora qualche giorno” ma si dice
– “SÌ NN’ÉJE OGGE È CRAJE” – (Traduzione: Se non è oggi, è domani)

A Lucera non si dice “Essere bravi a capire la situazione” ma si dice
– “CHI A ZZÉCCHE, A NDEVINE” – Traduzione: (Chi la dice giusta, l’ha indovinata)

A Lucera non si dice “Vogliono fare il passo più lungo della gamba “ ma si dice
– “I CÚLE PECCENINNE VONNE FA I PITETE GRUSSE“ – (Traduzione: I sederi piccoli vogliono fare peti grossi)

A Lucera non si dice “E un vero furbastro” si dice
– “ ‘S’È MAGNATE PANE E VOLEPE“ – (Traduzione: Si è mangiato pane e volpe)

 

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COPERTINALINO MONTANARO E LINO ZICCA, ECCO IL NUOVO LIBRO

Ci siamo! Finalmente la tipografia Grafiche Catapano ha finito di stampare il nuovo libro di Lino Montanaro & Lino Zicca: “LUCERA DI UNA VOLTA ” che raccoglie oltre 120 brani di storia sommersa relativi a modi di dire, usanze, credenze, che riguardano pratiche religiose, usanze del ciclo della vita, pratiche e forme di magia, valore e svolgimento di feste religiose e civili, metodi per prevedere il tempo durante tutto l’arco dell’anno, scuola, personaggi, luoghi, giochi ed altro della Lucera di una volta.

Com’è possibile prenotarlo?

Il libro è disponibile presso Libreria Catapano in Viale Dante Alighieri, 1 a Lucera. E’ anche possibile prenotarlo direttamente da questa pagina, inviando un’email a: montanaro.lino@libero.it

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

 

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