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26 Febbraio 2024
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Dialettando 314 – Modi di dire Lucerini

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lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 314

A Lucera non si dice “Ha l’abitudine di svignarsela sempre velocemente “ ma si dice
– “SE FACE ARREVÀ I CALECAGNE ARRÉTE U CUZZÈTTE “ – (Traduzione: Si fa arrivare i calcagni dietro al collo)

A Lucera non si dice “Tu lavori senza entusiasmo!” ma si dice
– “ABBADE A TTÈ, T’AVÍSSA SUDÀ SÒTT’A LÈNGHE! “ – (Traduzione: Stai attento, potresti sudare sotto la lingua!)

A Lucera non si dice “Solitamente urla come un ossesso” ma si dice
– “SE FACE ASSCÌ SÈMBE U CANNARUZZE DA ‘NGANNE “ – (Traduzione: Si fa sempre uscire il gargarozzo dalla gola)

A Lucera non si dice “È una persona che non possiede più nulla” ma si dice
– “ÉJE NU POVERE SFESSATE “ – (Traduzione: È un povero senza risorse)

A Lucera non si dice “Dalle persone cui si vuol bene si accetta tutto” ma si dice
– “QUANNE TE MOZZECHE U CANE TÚJE, NZINDE DELÓRE” – (Traduzione: Quando ti morde il tuo cane, non senti alcun dolore)

A Lucera non si dice “Sono due persone che attaccano lite con facilità” ma si dice
– “SÒ CÚME L’ACQUARAGGE E U PETROLEJE “– (Traduzione: Sono come l’acquaragia e il petrolio)

A Lucera non si dice “Se c’è buona salute, l’intervento del medico è inutile” ma si dice
– “QUANNE U CÚLE FACE FRACASSE U MÍDECHE STACE A SPASSE” – (Traduzione: Quando il sederfa fracasso, il medico rimane a spasso)

A Lucera non si dice “C’è mancanza di chiarezza nella definizione dei ruoli ” ma si dice
– “ND’A ‘STA CASE NZE SAPE CHI È U MASCÚLE E CHI È ‘A FÈMMENE “ – (Traduzione: In questa casa non si sa chi è il maschio e chi la femmina)

A Lucera non si dice “Ha confezionato un abito per la festa” ma si dice
– “S’È CUNZATE A TULÈTTA P’A MMACULATE “ – (Traduzione: Si è fatto il vestito nuovo per la festa dell’Immacolata)

A Lucera non si dice “È una persona che esagera sempre” ma si dice
– “PISSCE SÈMBE FÓRE O RENALE”– (Traduzione: Urina sempre fuori dal pitale)

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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