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Il libro “Bar De Chiara”, Capitolo 7: L’ombelico

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Libro Bar de Chiara

Capitolo 7

L’ombelico

A un tavolino interno del bar De Chiara stavano seduti Antonio, Gino, Lino e Pasquale; erano appena tornati da una festa, dove con le rispettive ragazze avevano passato il tardo pomeriggio e le prime ore della sera.

Al centro della discussione c’era la festa di compleanno di Andrea, un amico comune che aveva compiuto vent’anni. Questa volta non si parlava però delle solite cose: la qualità della torta fatta in casa e delle paste comprate; la presenza o meno del brut in alternativa o in aggiunta allo spumante dolce; la presenza o meno del whisky che stava sostituendo il rosolio, liquore fatto in casa, e anche il cognac; e via dicendo.

No, la discussione aveva come argomento una ragazza presente alla festa: una forestiera.
Carla era arrivata da Parma da poco e doveva trattenersi a Lucera per qualche tempo, ospite di parenti di suo padre. Una ragazza del nord, bella, occhi chiari e lucenti, un sorriso accattivante e modi gentili che potevano dar luogo a qualche interessato fraintendimento. Aveva capelli biondi a caschetto e vestiva all’ultima moda con stivaloni neri di nappa e una minigonna che lasciava in evidenza due gambe lunghe.

Carla diventò subito la “star” della festa.
I ragazzi che alla festa erano arrivati soli e quelli che non erano fidanzati, in maniera un po’ grottesca, facevano a gara a invitarla a ballare e cercavano goffamente di attaccar bottoni. Ma Carla, con il sorriso e con la gentilezza, riusciva a tenere a bada chiunque manifestasse soverchie illusioni.
Le ragazze la guardavano con attenzione e, forse, con un pizzico d’invidia. La sentivano appartenere a un altro pianeta per il suo abbigliamento e per la sua spigliatezza, ma soprattutto per il modo con cui sapeva stare al centro della scena, dando l’impressione di sentirsi a proprio agio.
Gli altri ragazzi, quelli con fidanzata al seguito, la guardavano con fare furtivo in cerca di un suo sorriso e distoglievano con imbarazzo i loro sguardi appena venivano trafitti da quelli delle loro ragazze, che erano affilati come lame di coltelli.

Di Carla si stava discutendo animatamente, quando entrò nel bar Nicola, eccitato e con il volto tirato.
S’intuiva subito il perché della sua faccia rabbuiata; era la solita che faceva ogni qualvolta litigava con la sua ragazza. Mentre le ragioni della sua eccitazione si compresero quando iniziò a parlare, senza che nessuno dei suoi amici lo avesse sollecitato.
Con una certa foga disse: “Ho litigato nuovamente con Claudia. Non mi fa respirare, mi sta sempre addosso e mi fa continue scenate di gelosia”. Riprese fiato e continuò: “Questa sera ha proprio raggiunto il colmo. Lasciando la festa ho fatto di nuovo gli auguri ad Andrea, ho salutato un po’ tutti e per ultimo Carla, con un arrivederci a presto, e …”.
“E questo che significa?”, intervenne Antonio.
“Significa, significa, per Claudia significa! Ha sostenuto che c’è stato uno sguardo d’intesa dietro quel l’arrivederci. E da qui è partita con la solita scenata di gelosia”, replicò Nicola.
Si fermò un attimo, con le mani si accarezzò forte la faccia sino a portarsele congiunte sul petto, e riprese: “Siamo al colmo. Non posso andare avanti così. Ora è veramente finita. E la storiella la farò finire a modo mio”.
Poi continuò: “Lei sostiene che dietro l’arrivederci c’era uno sguardo d’intesa tra me e Claudia. Poiché da parte mia lo sguardo d’intesa non c’era, allora potrebbe significare che lo sguardo d’intesa l’ha intravisto negli occhi di Carla. E se ciò lo intuisce una donna, potete esserne certi, è vero. Allora io inizierò a corteggiare Carla”.

Tutti rimasero in silenzio, riflettendo su quello che avevano appena sentito, mentre Sandrino, che aveva ascoltato con distaccato interesse tutta la discussione, disse ad alta voce la sua: “Non solo non studiate, ora vi mettete a correre dietro a tutte le sottane che vi passano davanti agli occhi. Siete capaci di lasciare le vostre fidanzate per una forestiera con le gambe da fuori. Fra qualche giorno ritornerà al suo paese e vi lascerà con un pugno di mosche in mano. Ammesso che siete capaci di conquistarla. Quando iniziate a crescere?”.

Lino fu il primo a parlare: “Sì, Nicola, hai ragione. Claudia a volte è insopportabile. Però ti vuole un bene dell’anima. E poi non ha nulla da invidiare a una come Carla. Secondo me questo le dovevi dire anziché infuriarti alla sua scenata”.
Gino aggiunse: “La presenza di Carla alla festa ha creato un po’ d’imbarazzo in tutti. Hai visto come alcuni ragazzi le stavano dietro come cagnolini? E’ chiaro, quindi, che una ragazza che assiste a tutte queste scenette si sente un po’ gelosa se anche il suo ragazzo si rivolge in un certo modo alla “star” della serata. Lascia stare e non pensarci più”
“E perché non dovrei pensarci più?”, rispose di getto Nicola.
“Caro Nicola, perché non è roba né per noi né per te. Carla avrà sicuramente un fidanzato, magari con i soldi e una posizione già raggiunta. Sicuramente sarà più grande di noi poiché lei ha più di vent’anni”, intervenne Pasquale.
“Questo significa che io non sono in grado di conquistarla?”, chiosò Nicola. “Ebbene, io ci proverò”.
“Sì, tu potrai provarci, convinto di riuscirci così come hai avuto successo con altre ragazze. Ma questa volta sarà difficile se non impossibile perché per una ragazza come Carla non basta essere un bel ragazzo e saperci fare. Io credo che occorra altro, molto altro, che non hai. Non ti do possibilità, ti vedo impotente. Perciò, ti dico, da amico, di darti una regolata e di non lasciare la tua ragazza”, riprese Pasquale.
Questa volta, arrabbiato e risentito, colpito nel suo orgoglio di riconosciuto conquistatore di ragazzine, con voce dura, Nicola domandò: “Perché sarei impotente?”.
Pasquale per smorzare la tensione che si era creata, con un sorriso strafottente, gli rispose con una battuta, che sembrava priva di senso: “Perché hai l’ombelico. E il tuo è particolare perché ti senti l’ombelico del mondo”.
Nicola rimase senza parole, mentre gli altri iniziarono a prenderlo in giro dicendogli: “Nicola hai capito perché sei impotente? Perché hai l’ombelico”.
Contrariato, si arrabbiò molto e andò via.

Da quella sera iniziò a circolare tra i ragazzi che frequentavano la stessa classe la battuta che stabiliva un nesso tra impotenza e ombelico. A volte discussioni animate si chiudevano con: “Zitto tu che sei impotente! e tu zitto che hai l’ombelico!”. Spesso quell’espressione si usava come saluto: “Ciao impotente”, “Ciao ombelico”. La battuta, a mano a mano che passavano i giorni, diventò un vero e proprio tormentone, come quello “abbáde annànze” o “abbáde a ‘rréte”, che circolò per anni a Lucera.

Un giorno, Matteo, un bravo studente convittore, si trovò a udire in classe uno strano discorso che stavano facendo alcuni amici, Pasquale e Nicola. Quest’ultimo raccontava che ce l’aveva messa tutta per conquistare Claudia, ma la situazione era giunta a un punto morto. Aveva capito che Carla nutriva per lui una forte simpatia ma oltre non andava. Perciò aveva deciso di buttare la spugna qualche giorno prima che Carla ritornasse a Parma.
Dopo quella confessione, Pasquale lo prese un po’ in giro come conquistatore mancato e concluse: “Era impossibile che ci riuscissi. Non ce la potevi mai fare perché sei impotente”. Nicola, con una compiacente espressione contrita, terminò la discussione dicendo: “Avevi ragione. Se uno ha l’ombelico, è proprio impotente”.

Matteo, a sentire quelle parole rimase, molto colpito. Iniziò a pensare che non riusciva a fidanzarsi con Rosina, una bella ragazza del suo paese, poiché anche lui era “impotente”. Infatti, tra sé e sé, diceva: “Ecco, al centro della mia pancia ho un grande ombelico”.
Era questo, quindi, il motivo. Infatti, nonostante tutte le lettere di dichiarazione d’amore e le tante poesie che le aveva dedicato, Rosina non lo degnava nemmeno di uno sguardo quando s’incontravano e aveva rifiutato sempre i suoi inviti ad andare a ballare.
Perciò doveva solo farsene una ragione: mai avrebbe potuto conquistare il cuore di Rosina.
Aver trovato la spiegazione ai comportamenti di Rosina non gli dava pace; anzi il conoscere la causa della sua “disgrazia” lo buttava nella più profonda disperazione. E pensava che mai avrebbe potuto conquistare il cuore di un’altra ragazza, e che mai sarebbe riuscito a togliersi dalla testa Rosina.

Un giorno, durante una breve pausa delle lezioni, Matteo con fare timoroso chiese al suo compagno di banco, che sentiva amico, se fosse vera la storiella che chi ha l’ombelico è un impotente e che, quindi, non può avere una ragazza.
Giuseppe lo guardò perplesso e, non intuendo il dramma interiore che stava vivendo, gli rispose sornione: “Certamente, Matteo. Non lo sai che chi ha l’ombelico non ci riesce con le donne?”.
Matteo si fece forza e rispose con un filo di voce: “Sì, lo sapevo. Volevo solo avere una conferma da te che non hai una ragazza”.
“Cosa c’entra il fatto che io non sono fidanzato? Io, quasi tutte le domeniche, vado a ballare e non ho una ragazza fissa sola perché non trovo quella che mi piace veramente”, così chiuse la discussione Giuseppe, quando stava entrando in aula il professore di matematica.
Matteo aveva avuto la conferma dell’esistenza del suo problema. Quelle parole penetrarono nella sua mente e continuarono ad assillarlo per tutta l’ora di matematica,e anche per le ore e i giorni successivi.

Vennero le vacanze pasquali e i convittori ritornavano alle loro case per passare i giorni di festa in famiglia.
Anche Matteo raggiunse il suo paese sul Gargano; ma quel ritorno fu triste, a differenza degli altri sempre gioiosi e con i pensieri rivolti a come passare le vacanze.
Per tutto il viaggio si tormentò mentre immaginava con terrore la reazione che avrebbe potuto avere se avesse incontrato Rosina.
Perciò decise di non uscire e rimanere chiuso in casa per tutte le vacanze.

I giorni passarono lentamente e Matteo, sempre assorto nei suoi pensieri, non usciva mai di casa.
I genitori, preoccupati dallo strano comportamento del figlio, cercarono in tutti i modi di parlargli e di capire le ragioni di quello che ritenevano un malessere di gioventù.
Matteo si chiuse in un mutismo che mandava su tutte le furie il padre; mentre la madre cercava con domande, che sembravano ingenue, di carpirne il segreto.

La situazione precipitò il giorno del ritorno a Lucera.
Quella mattina, nonostante la sveglia dei genitori, Matteo si chiuse a chiave nella sua cameretta e non si alzò dal letto. Alle continue sollecitazioni della madre ad alzarsi e a fare presto per non perdere il pullman, Matteo gridò: “Non voglio andare a scuola. Lasciatemi stare”, e non disse più niente.
La madre, sempre più preoccupata, continuava a parlargli in maniera accorata, cercando di capire cosa stesse succedendo. Il padre, invece, anch’egli preoccupato ma anche irritato per quel modo di fare che riteneva offensivo, diede una spallata alla porta, che si aprì rumorosamente, entrò nella stanza e sollevò di peso il figlio dal letto. Poi, guardandolo negli occhi, gli gridò: “Ora tu ci chiarisci cosa ti sta succedendo. E se non ci parli spontaneamente, so io come farti parlare!”.

Matteo, vedendo suo padre incollerito, che come un gigante gli si parava davanti, scoppiò in un pianto dirotto. Con la voce strozzata e parlando a singhiozzi, disse: ”Non voglio più andare a scuola. Non voglio vedere nessuno. Non m’interessa più niente. Vi prego, lasciatemi stare”.
Il padre, con voce ferma e penetrante, gli rispose: “Sì, va bene. Ma qual’è il motivo di queste improvvise decisioni? Perché un motivo ci dovrà pur essere”.
Il pianto di Matteo era sempre più convulso mentre la madre lo accarezzava e lo implorava di parlare. Allora chiuse gli occhi e disse: “Papà, sono impotente”. E il suo pianto iniziò a diventare più regolare.
La madre e il padre, guardandosi meravigliati e cercando di comprendere quanto avevano appena ascoltato, lo abbracciarono intensamente e aspettarono che si calmasse e riaprisse gli occhi.
Fu a quel punto che il padre gli chiese: “Perché saresti impotente? Come sai di essere impotente?”.
Matteo, quasi liberandosi di un peso enorme, rispose: “Papà, io ho l’ombelico. Che è anche bello grosso. E tutti quelli che hanno l’ombelico sono impotenti. Ecco perché io non ho e non potrò mai avere una ragazza”.
I genitori restarono basiti di fronte a quella risposta, ma capirono anche la sofferenza che il loro figlio stava vivendo.
La madre cercò di rassicurarlo, dicendogli che non era per niente vero che chi ha l’ombelico è impotente e che l’ombelico l’hanno sia gli uomini sia le donne. Mentre il padre, reprimendo un senso di stizza e la voglia di mollare un ceffone a quel suo figlio tanto ingenuo, rivolgendosi alla moglie disse: “E’ possibile che tuo figlio creda a una simile sciocchezza! Non ha mai avuto l’occasione di vedere né me né i nonni a dorso nudo. E poi non siamo mai andati al mare come succede alle famiglie modeste come la nostra?”. Si fermò a pensare per un attimo e concluse: “Domani ci penserò io a chiarirgli le idee”.

L’indomani mattina il padre accompagnò Matteo al Convitto di Lucera e, dopo averlo rassicurato dicendogli che si sarebbero rivisti, andò a parlare con il preside della Ragioneria.
Questi, informato della vicenda, aspettò che finisse la prima ora di lezione e dopo si presentò nella classe di Matteo. Quando entrò, tutti i ragazzi si levarono in piedi e il professore di matematica gli cedette il posto in cattedra.
Il preside, un professore che cercava il dialogo con gli studenti, quando a quei tempi s’iniziavano appena a sentire i venti della contestazione giovanile e della riforma della scuola, si sedette dietro la cattedra e disse a bruciapelo: “Ragazzi, circola in questo istituto una sciocchezza. Si dice che chi ha l’ombelico è impotente. Ebbene, ora devo sapere quanti impotenti ci sono in questa classe. Perciò vi chiedo di abbassare i pantaloni e tirare su i maglioni così che io e il professore possiamo accertarcene”.
La classe sbandò; nessuno si aspettava una sortita del genere. Gli studenti increduli si guardarono tra loro, cercando di capire se fosse uno scherzo o dovessero ubbidirgli.
E, mentre i primi ragazzi iniziarono ad abbassarsi i pantaloni e a mostrare il proprio ombelico fra risolini e imbarazzo, il preside aggiunse: ”Basta così. Ho visto che avete tutti l’ombelico e, quindi, siete tutti impotenti. Allora, potete riprendere la lezione”.
Detto ciò lasciò l’aula, dopo aver salutato il professore con il quale in precedenza aveva concordato la sua sortita.

All’uscita di scuola, Matteo incontrò il padre che lo abbracciò e gli disse: “Anch’io ho l’ombelico”. Matteo gli sorrise e, rientrando nella squadra dei convittori, si avviò felice verso il Convitto.

Nel pomeriggio, l’argomento di discussione nel bar De Chiara fu la sortita del preside e la sua strana richiesta.
Lino, Gino e Nicola si convinsero che l’intervento del preside era dovuto alle sollecitazioni di qualche genitore che riteneva la battuta diseducativa o a qualche altro motivo che a loro sfuggiva. Si domandavano il perché avesse chiesto a tutti di mostrare il proprio ombelico. Questo non lo capivano proprio. Semmai avrebbe dovuto chiedere i nomi di chi avesse messo in giro quella battuta e poi dire che era una grande sciocchezza. Fare una ramanzina, ma non chiedere di abbassare i pantaloni e mostrare l’ombelico.

Fu a quel punto che Sandrino intervenne e disse: “Certo che la battuta è stupida e diseducativa. Essa è anche dannosa perché qualche ragazzo ingenuo e non smaliziato come voi può ritenerla vera. E allora rischia di convincersi che se ha l’ombelico è un impotente. Nelle nostre case non si va nudi. E poi non sono molti quelli che vanno al mare”.
Tutti lo guardarono con interesse; ed egli continuò: “Può darsi che qualche ragazzo ne abbia parlato con i genitori e questi ne abbiano parlato al preside”.
Lino intervenne: “Forse hai ragione. Allora il preside si è comportato in maniera intelligente. Avrà pensato che, per convincere qualche ragazzo ingenuo, non bastasse dire che non era vero, ma era necessario che tutti mostrassero il proprio ombelico”.
E Sandrino concluse: “Sì, il vostro preside è stato intelligente. Non solo ha rassicurato qualche ragazzo ingenuo in maniera efficace. Ma credo che abbia voluto dare una lezione a bulletti come voi che sanno solo combinare guai”.

 

U VERLÌCUJE

Di ritorno da una festa, un sabato sera Gino, Lino e Pasquale stavano seduti ad un tavolino del Bar.

LINO. Oh… n’ge pozze penzà: è státe vèramènde na bbèlle fèste. E bráve a ‘Ndréje.

PASQUALE: E ‘a torte… quand’éra ‘sapríte?!?… m’a stéve magnanne che l’ùcchije…

GINO: I paste… d’u Bar de Corse Garebbalde… nen èrene ninde de speciále… aqquà ‘i fanne mègghje…

ANTONIO: Mò vúje mètte ‘i paste de Sandríne!… quille sonne ‘a fíne ‘u munne!…

SANDRINO (ridendo sotto i baffi): Sinde nu póche a quìste… e che bbèlla scupèrte che à fatte! Che nn’u sápe che i paste cum’i fáce De’ Chiáre… nn’i fáce nisciúne a Lucére!…

ANTONIO: Sandrí!... e íje propete quiste àgghje ditte!… ma si tu capisce sèmbe nu fatte pe n’àvete!…

PASQUALE: Sandrí… arápe i rècchije… e pùrtece nu póche d’acque che mò m’assècche ‘ngànne… Quille a’ fèste ce stéve sckitte u spumande dóce e nen’ére mànghe nu granghé… u brut n’ge stéve…

GINO: De whisky o de cognàc… po’… manghe l’ombre… Si nen ére pe quillu resorije fatte n’gáse!…

ANTONIO: … Speciále!!!…

SANDRINO: Camíne, vide andò è jì a sunà!… ‘U sáje u ditte andíche cume díce?… “Pezzinde e granezzúse”!…

PASQUALE: Sandrí!… núje… teníme u stòmeche di firre! Váce abbasce tutte cóse…

SANDRINO: Quille… pe ‘sta croscke de fetinde… è ggià tande che ‘a fèste… nz’è squacciáte…

LINO: Sandrí… a’ fèste ce stéve na uaglióne nóve… na bèlla frustére… nu pizze de fegghióle!

GINO: Quala frustére t’à fatte a ttè!?! Quèlle éje de l’Altitalije… de Parme….

SANDRINO: … de Padove?…

PASQUALE: Sì… de Pàlmore!…

GINO: Sandrí!… éje na Ciaonè che stáce aqquà da nu póche de timbe… d’e parinde d’u padre… che éje de Lucére…

PASQUALE: Parlanne che respètte… stáce alluttumata bbóne

GINO: Bbenedíche!… ‘a fegghióle fáce ‘a fegúra súje!…

SANDRINO: Allóre nn’è pe vvúje!…

PASQUALE: Capille bbionde a caschètte… minigonne e stuále de nappe… cì-cì!

SANDRINO: Uhè!, arrepegghijateve!.. E chi è ‘rreváte Brigitte Bardot!… Sàcce!…, quiste páre che nn’ànne máje viste fèmmene!

GINO: Sandrí tu tíne sèmpe voglie de pazzijà!… Comungue…’a fegghióle éje aggarbáte assáje.

LINO: Tu aviva vedè… cume ‘a guardavene  ‘mmocche-‘mmocche… e cume s’accedèvene pe ‘nvetarle a ballà!

PASQUALE: Ma quèlle se vedéve da lundáne che éje  na uaglióne apprepustáte… e che n’ze facéve nnè janghe e nnè rrosce.

ANTONIO: Avive vedè, po’, ‘a facce de l’ati uaglióne!… E cúme sfurmàvene!

LINO: Sandrí… chi cum’e mmè stéve c’a fedanzáte… n’avéve ando’ guardà annanze…

SANDRINO: Oh!… vide chi stáce púre aqquà… Nick… u sciupafèmmene!… Che Nick,… stáje ‘nguiatáte?!?

GINO: Uhè, Nick!… bèlle ‘sta magliètte… a quála bangarèlle l’e pegghjáte… merculedì o’ mercáte?!?

NICOLA: Lassata pèrde… che stasére nen è propete seráte… me mbrestecalisce púre  pe na fessaríje!…

PASQUALE: … E quanne sckatte a parlà!

NICOLA: Àgghje fatte a sciarre n’ata vóte pe Claudije… Quèlle face sèmbe n’arte a rombe… Ogn’e píle u fáce tráve!… Cchiù príme m’à scemmenúte ‘a cápe!...

LINO: Quanda vóte te l’àgghje ditte! Tu te l’è sapè arruffianà….’I fèmmene so’ fatte tutte a ‘na manére!… Chiù t’i sáje accattà e chiù púje camba’!…

NICOLA: Stasére síme asciúte a chi si’ ttu e chi songhe íje! Nen me pozze fa’ capáce… Íje l’avéve ditte che ére mègghje si nn’ascéve. U penzìre m’u decéve… Abbùne-abbùne so’ júte a quèlla fèste!… Ma chi m’à cecáte!!!

GINO: Tenaváte na zurle a’ fèste d’Andréje… Séte státe tutt’a seráte appezzecáte… ma po’ ch’è succisse?

NICOLA: Quanne ce ne stèmme jènne… àgghje salutáte a tutt’i cumbagne… e po’… àgghje ditte dóje paróle púre che Cláre… nen l’avèsse máje fatte!

ANTONIO: Quiste è ttutte?!? Ma doppe i chjacchjére so’ vvenúte i fatte?

NICOLA: Quanne máje!… Pèrò vacci’u ccunde a quèlle!… P’a stráde nn’à spezzecáte manghe na paróla cchiù!… me paréve ‘a  sdréghe ‘Bbenevinde!…

PASQUALE: Ma tu c’è ‘ddummannate che l’ére venúte?!?

NICOLA: Ci’àgghije ditte: “che sì ‘ddevendáte múpe?!?… N’avèsse máje parláte!: è succìsse u fenemunne! M’à fatte nu partacchióne che Criste ‘u sápe e ‘a Madonne ‘u ‘cconde!: “Íje vulèsse sapè chi ce dáce tanda cunfedènze a quèlla-llà!… ma chi se créde d’èsse… pe ‘sti cosse accavalláte… ma chi ci’à máje magnáte anzíme a quèlla fite!… E tu – ‘mbacce a mmè – te sì dáte ‘a ‘ppundamènde pe quèlla sckefóse?!?”.

LINO: E tu ch’è fatte?… míche te sì státe citte?!?

NICOLA: Pe na fèmmene ‘mbrestecalíte n’ge púje arraggiunà… Àgghje sckitte ditte: “Tu tíne ‘a capa sciàcque!.. Fenìscele pe ‘stu laturne!… ‘Stu fatte nen l’è manga penza’!”…

LINO: E èsse s’è calmáte?!?… Quèlle ‘a mamme  éje accussì sciarratáre che quanne nenn’àve pe chi fa’ a sciàrre, se mètte annanze ‘o spècchije e fáce a sciarre da sóle!

NICOLA: Sì!,… calmáte!… Quèlle à cundenuáte a parlà… scassáve e pegghjáve da réte!: Ah!… accussì éje u fatte?… Tu e quèlla sgailláte, quanne ve síte salutáte nen ve síte ditte ninde cchiù?!?”

SANDRINO: E’ fatte ‘a fegúra túje!… Che nn’u sapíme che tu váje sckitte ‘ngemendanne i fegghióle! E po’… s’ànna sènde sèmbe tutt’e ddóje i cambáne…

NICOLA: Citte Sandrí!… mò te mitte púre tu?!?… Viste che nen vuléve sènde raggióne… nn’u sacce a ddi’ mangh’íje cum’è státe… àgghje vutáte cuzze e me ne songhe júte.

GINO: E’ fatte bbune!… Si feducije vúje,… feducije éja da’!…

LINO: Necó!, sinde a fràtete,… quèlle Claudije tenarrà u carattere súje, ma te vóle bbéne… E po’… n’déne ninde da ‘mmedijà a nisciúne… Quanne l’è venúte ‘a bbotte… ‘nvèce de pèrde ‘a paciènze…, sckitte quiste c’iva di’!…

GINO: Sinde a ‘stu fèsse…, lassa pèrde púre ‘a Ciaonè!

NICOLA : E pecché?!? vúje ve credéte che allà n’ge aèsce ninde?!?… íje ‘a pozze ‘ngandà… e ce’avanze u riste!…

PASQUALE: Pruve a vedè cume ‘a pènze… tande nen còste ninde… vúne de cchiù…, vúne de méne,… ma stavóte… te vede “impotente”! Sinde a mmè: datte na rreveláte e fa’ páce p’a uaglióna túje!…

NICOLA: Quèste nen l’àgghje capíte!… pecchè sarríje “impotente”?!?

PASQUALE: Pecchè tu tíne u verlìcuje! Sì, tu sì u verlìcuje… d’u munne!!! (risate generali)

LINO: Necó!, l’è capíte pecchè sì impotènde? pecchè tíne u verlìcuje (altre risate generali) e statt’attinde… che chi se pigghje veléne… móre sùbbete!

NICOLA: ‘Sti quatte sceláte!… Jateville a pegghjà n’da quillu poste!… Mò è mègghje che me ne váche!!!

Da quella sera iniziò a diffondersi tra i compagni di scuola questo modo di dire, che associava l’impotenza all’ombelico. I discorsi si concludevano, inevitabilmente, con uno: “statte citte tu, che tíne u verlìcuje“. Questo modo di dire, che ognuno pronunciava a modo proprio, era diventato anche una forma di saluto o di congedo da qualcuno: “Uèh, impotè!”; “Uèh, verlì!”. A mano a mano che passavano i giorni, lo slang, come l’altro “abbáde annanze!” e “abbáde arréte!”, era diventato un vero tormentone.

Qualche giorno dopo, … nello stesso bar…, con Sandrino sempre dietro il bancone…

LINO: … Uèh… impotènde!… sì ‘rreváte!?!

NICOLA: … Uèh… verlìcule!… stáje ggià aqquà?!?

SANDRINO: Che éje ‘statu fatte?!? Mò che ve síte ‘nvendáte?!?

PASQUALE: Citte Sandrí! che pe ‘stu fatte stèmme passanne nu uáje!!!

GINO: … E’ sapè, Sandrí, che a’ scóle anzime a núje véne nu convittóre che se chiáme Mattéje. Nu studènde abbasáte…, nu bbune fèsse!,… accussì sicche che téne ‘a trippe appezzecáte e’ ríne!

ANTONIO: ‘Stu puverille, nu jurne sènza vulè, se truuáje a sènde nu raggiunamènde crejúse tra mè, Lino, Pasquále, Ggíne e Nnecóle…

NICOLA: Íje stéve accundanne che m’ére misse a ffa’ ‘a móre che Cláre, ma èsse stéve angóre ‘ndirze. Pèrciò avéve decíse de… lassà pèrde…

PASQUALE: A ‘stu punde íje àgghje abbijáte a sfotte a Nnecóle: “Púre che fosse, tu ngi’a putíve máje fa’… pecchè sì ‘mbotènde!

NICOLA: E íje… ce so’ státe o’ júche… e àgghije ditte: “Tíne pròpete raggióne!… Si vúne téne u verlìcuje éje impotènde e ‘nge sta’ ninde da fa’!”

LINO: Mattéje s’u crédíje vére-vére e abbijáje a penzà che n’arreváve a fedanzarse pe na fegghióle d’u pajése súje, pecchè púre isse, che tenéve u verlìcuje, ére impotènde.

GINO: Mò se spiègáve pecchè… dàlle-e-ddàlle, a Rusína súje ére sorde,… nen vuléve máje jì a ballà che isse e… nn’u penzáve pe nninde.

ANTONIO: E quinde s’avéva fa’ capáce… pecchè pe Rosíne nen ce stéve ninde da fa’… ma quille che ‘u ccedéve angore de cchijù ére u fatte d’èsse impotènde pe tutte quande, e nno sóle pe Rosíne.

SANDRINO: ‘Sti figghje de ‘ndròcchje!… ma sonne schèrze da fa’ a nu povere ggiovene?!?

LINO: Magáre u fatte fosse feníte allà!… Mattéje s’ére propete fessáte… nen durméve cchiù ‘a notte… Nu jurne, àmme sapúte che à ‘ddummannáte a n’atu cumbagne súje si ére avèramènde luére che chi téne u verlìcuje éje impotènde e nen póte jì che na uaglióne.

PASQUALE: … E quill’atu ‘nfáme, cume si ninde fosse, n’ge váce a ddi’: “E che nn’ù sáje che chi téne u verlìcuje nn’è bbune p’i fèmmene?!?… Pecchè,… u tíne púre tu?!?”

GINO: Quillu povere Criste de Mattéje, respunníje a-áse a-áse: “‘U sapéve!… e… che vuléve sckitte avè na cunfèrme da te… che nen tíne… ‘a uaglióne”.

NICOLA: U cumbagne se púre ‘nguijatáje, e ‘u respunníje: “Mò che ce’accocchije che íje nen tènghe ‘a spóse?!?… Vide che íje… quáse tutt’i dumèneche váche a ballà… e, se nen tènghe ‘a uaglióne è pecchè nen àgghije angóre truáte quèlle che me piáce addavvèramènde”!…

LINO: U trascurze nen feníje allà….e quanne arreváje u prevessóre de matèmàteche… u cumbagne súje s’a candáje che l’àvete che teníjene ‘ngróce a Mattéje pe tutt’a jurnáte…

SANDRINO: Ma tu víde e che sorte de cumblemènde che ci’ànne fatte a quillu povere figghje!… Ma mò ce l’avéte ditte o ‘u tenéte angóre ‘ngróce?

ANTONIO: Macchè!… Sandrí…, quille sonne arreváte ‘i vacanze de Pàsque e u ggiovene se n’è turnáte… sópe o’ Gargáne!…

PASQUALE:! … Cóse da pazze! Íje n’ge pozze angóre penzà!…

LINO: O’ pajése súje u uaglijóne s’è sckaffáte ‘nda cáse e nn’è sciúte cchiù. S’è chiúse n’da camera súje e allà è rumaste pe tutt’ i vacanze. ‘A mamme e u padre se so’ pruccupáte e… ci’ànne addummannáte, príme calme-calme, po’ sèmbe cchiù nervúse, che ‘i passáve p’i cerevèlle.

NICOLA: U jurne ch’éva turnà a Lucére è succisse u fenamunne: u uaglióne s’è chiuse da réte e ne paréve a’scì cchiù d’a stanze.

GINO: Quille púùrille d’a mamme e d’u padre ànne cercáte de farle arraggiunà, ma ng’è státe vèrse. Quande ppe nu sì e ppe-nno… u uaglióne à ‘nzaccáte nu lùcchele: “Lassatema pèrde! … a’ scóle n’ge vogghje jì cchiù!!!”…

SANDRINO: Che bbèllu uajóne che ci’avéte fatte passà a quilli povere crestiáne! Ve páre bbèlle?!?… Pènze che nu lisce-e-bbusse… nen v’u léve nisciúne!…

PASQUALE: A ‘stu punde o’ padre l’è scappáte ‘a paciènze e p’a ragge à sfasciáte ‘a porte che na spalte, è trasíte n’da camere e à pegghjáte u figghje pe ‘mbitte… Che l’ùcchije che ‘i ‘scèvene da fóre, l’à lucculáte n’de rècchije: “O te spicce a ‘ccundàreme quille che te stáce capetànne o sennò… ce pènze íje a farte arraggiunà bbúne!”…

ANTONIO: Mattéje, vedènne u padre che l’ùcchije da fóre, chiagnènne a tande a’ lagreme, sbuttáje a parlà: “Nen vogghje vedè a nisciúne!… nen me ne ‘mborte cchiù de ninde!… me vogghje jettà d’o bbalecóne!”

SANDRINO: … Stavóte avéte propete èsaggèráte!!!…

LINO: “È capíte o no che tu mò m’accunde tutte cóse – ci’à ditte u padre – sennò te mènghe íje abbàsce d’o bbalecóne?!?”

SANDRINO: Che ve pòzzene accíde juste mò!… Ma so’ pazzíje da fa’?!?…

NICOLA: … Quanne s’è ‘vvecenáte púre ‘a mamme, che l’a ‘bbiáte a pegghijà p’u bbúne, u uaglijóne à chiúse l’ùcchije e à jettáte u sanghe a parlà: “Papà… songhe impotènde!”

GINO: ‘A mamme e u padre… se so’ fatte maraviglie a sènde cèrti cóse; se l’ànne abbrazzáte, ma sènza ‘mmaggenà che vuléve sta’ a ddi’ u figghje… E u padre ci’à ditte: “Íje vogghije capì pecchè tu sarrisse… impotènde?!?..

PASQUALE: Mattéje, susperanne, à respuste: “songhe impotènde… pecchè tenghe u verlìcuje… grusse-grusse… E tutte quille che tènene u verlìcuje… sonne impotènde e nen ponne ave’ ‘na uaglióne”!

ANTONIO: ‘A mamme e u padre se ‘uardàrene ‘mbacce e… abbiarene a ‘mmaggenà qualche cusarèlle.

SANDRINE: ‘Stu ggiovene me fáce… péne!… Ma cum’éje u fatta vustre?!?

LINO: ‘A mamme allóre ci’à ditte o’ figghje de sta’ spenzaráte… che quille  èrene sckitte bbabbaríje e che … tutte i crestijáne tènene  u verlìcuje… Ma u padre, che ‘nge putéve créde de quande éra sarchiapóne u figghje, s’è misse n’ata vóte a lucculà: “Che sonne ‘sti fessaziúne? Ma cúme te vènene pe ‘ngápe certi cóse? Oh! Ggése Criste míje… e che bbabbigne de figghje! Ma, cum’éje?, nn’è máje viste a n’óme c’a trippe da fóre?!? E vabbùne che núje o’ máre n’ge jáme máje… ma… a’ rrevà a penzà nu fatte de quiste… ce vóle ‘a fandasíje… E… ma… comùngue… aqquà… dumane ce pènze íje!!!”

NICOLA: Accussì… stammatíne… à ‘ccumbagnáte isse stèsse u figghje o’ Cullègge… e po’… àmme viste che è venúte púre a parlà c’u Prèsede a’ scóle!

SANDRINE: E ce créde!

NICOLA: Mò sinde!… Infatte a l’ùtema óre, mendr’accussì,… quillu figghje de ‘ndròcchije d’u Prèsede, è trasúte n’da classa nostre,… à fatte sègne o’ prevessóre, s’è 23’ssettáte sop’a càttedre e ci’à urdenáte a tutte quande d’avascià i cavezúne e d’avezà i magliúne… pecchè… viste che avéve sendíte da di’ che tutte quille che tenèvene u verlìquje… èrene ‘mbotènde,… isse e u prevessóre de matèmàteche vulèvene sapè quanda ‘mbutinde stèvene n’da scóla nostre.

SANDRINE: Bendistà!!!

GINO: Fráte súje!… nisciúne à refiatáte cchiù… pecchè n’zapèmme si u Prèsede decéve d’averamènde o a pazzíje… A vúne-a vúne àmme accumengijáte a’vassciàrce u cavezóne e a ‘gavezà u golfe…

PASQUALE: Doppe àvè spiáte bbèlle-bbèlle a sètte-o-otte uaglijúne, u Prèsede à fatte scríve o’ prevessóre che… tutte quande èraváme impotènde pecchè tenaváme tutte quande u verlìcuje… e à ditte o’ prevessóre de cundunuà ‘a lèzzijóne… viste che avèmme pèrze ggià troppe timbe!

ANTONIO: E u padre de Mattéje, quann’e sunáte ‘a cambanèlle e síme ascíte, à ‘spettáte u figghje fóre d’a scóle e se l’è ‘bbrazzáte decènne: “Uèh!…babbijóne!… vide che u verlìcuje… u tènghe pur’íje“. E Mattéje, rerènne-rerènne, se n’è turnáte o’ Cullègge.

Continua…
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