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27 Novembre 2022
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Dialettando – “A Lucera si dice 17”, parole che nel dialetto lucerino indicano una cosa, il suo esatto opposto o anche altro

modi di dire lucerini
realizzazione siti web Lucera

Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

Parole che nel dialetto lucerino indicano una cosa, il suo esatto opposto o anche altro.
Ecco alcuni esempi:
• TERÀ = significa sia scagliare (TERÀ ‘NA PRÈTE ) sia tirare a sé (TERÀ ‘NA CORDE)
• PAURÚSE = significa sia una cosa che fa paura (ÉJE NU CÚNDE PAURÚSE) sia chi si spaventa facilmente ( CÚME SÌ PPAURÚSE)
AFFETTÀ = significa sia dare in affitto ( AFFETTÀ ‘NA CÁSE) sia prendere in affitto (AFFETTARESE ‘NA CÁSE)
• SBARRÀ = significa sia aprire (SBARRÀ L’ÚCCHJE) sia chiudere (SBARRÀ ‘A PORTE)
• CRIJÚSE = significa sia una persona che suscita curiosità (CÚM’È CRIJÚSE) sia una persona curiosa (QUILL’È TROPPE CRIJÚSE)
• STOREJE = significa sia un racconto vero ( ÀVETE CHE STOREJE, SÒ FÁTTE LUUÉRE) sia un racconto inventato (SÒ STOREJE DE CAFÈ)
• CUNFESSÀ = significa sia ascoltare i peccati ( U PREVÉTE STÁCE A CUNFESSÀ) sia dire i peccati ( CUNFESSÀ O’ PREVÉTE I PECCÁTE)
• FUJÍTE = significa sia allontanarsi (SE N’È FUJÍTE ) sia andare presso (ME NE SÒ FUJÍTE ‘A CÁSE)

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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