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Il gusto è il senso che ci permette di apprezzare il cibo e di percepire i sapori. Le percezioni dello stesso, in ogni dialetto, e, quindi, anche in quello lucerino, sono espresse con un proprio lessico. Ecco alcuni esempi del lessico lucerino: – quando un frutto ha poca consistenza, si dice “ fravele “ quando qualcosa che si mangia ha un sapore acido, pungente, quasi irritante, si dice “ furtígne “ quando qualcosa che si mangia ha un sapore fra l’agre e l’appiccicoso, che rimane sulla lingua, si dice “ leppúse “ quando qualcosa che si mangia è dura, tigliosa, fibrosa, si dice “ steppóse “ quando la pasta è cotta al punto giusto, si dice “ callóse “ quando un frutto è troppo acerbo, si dice “ nzeccúse “ quando qualcosa che si mangia ha il sapore di cibo andato a male, si dice “ sápe de grangete “ per indicare il cibo che si è rappreso, appiccicato al fondo della pentola, si dice “ sape de tijèlle “ per indicare il cibo che ha un sapore di selvatico, si dice “ sape de furéste “ per indicare il cibo che ha un odore cattivo e sgradevole, si dice “ sápe de vécchje “ per indicare il cibo senza sapore, si dice “nzápe de nìnde “ per indicare il cibo che ha un sapore così dolce da risultare disgustoso, si dice “ dulciastre “ per indicare che una pagnotta di pane ha una consistenza molto compatta, perché poco lievitata, si dice “ nghiummate “ quando si vuole indicare qualcosa di particolarmente delizioso, si dice “ se squágghje mmocche “ quando si vuole indicare qualcosa di denso, spesso cremoso, si dice “ quagghjúse “ quando cibi e bevande hanno un gusto gradevole, si dice “ sapríte.
In foto una tela del pittore lucerino Gianni Mentana

