Ritorniamo, dopo la pausa estiva, con la nostra rubrica sulle eccellenze artistiche del patrimonio culturale cittadino, e riprendiamo con una scelta singolare, ovvero un intero soffitto, più precisamente quello della chiesa di Santa Maria della Pietà. Quest’ultima ha sempre suscitato fascino e ammirazione, in quanto, oltre a una storia intrisa di mistero e spiritualità, custodisce, al suo interno, una cappella (30 m x 10 m circa) interamente dipinta e un soffitto ligneo che costituisce, appunto, l’opera su cui la nostra attenzione si è concentrata.
Per quanto riguarda il passato del complesso, chiesa e convento, possiamo ricordare che la fondazione risale al 1591, a seguito di un fatto miracoloso, secondo cui un cieco ottenne la vista, dopo aver pregato davanti a un’effige della Madonna, dove normalmente stazionava un frate minore osservante (quelli del Santissimo Salvatore). Il miracolo è datato il 3 maggio del 1573 e da quel momento la popolazione spinse per la costruzione di una nuova chiesa e per l’assegnazione ai frati minori osservanti che si distaccarono dalla prima chiesa del S. Salvatore. I lavori di tutto l’apparato durarono quasi due secoli, ed è proprio nel XVIII secolo che prende forma la nostra opera.
Il soffitto ligneo, probabilmente abete, finemente decorato con tempera, è un raro esempio di maestria artigianale. La ricchezza e le varietà delle immagini, che proseguono in maniera uniforme lungo le pareti laterali, rivelano la competenza dell’artista e offrono uno sguardo di insieme molto suggestivo. Inclusi ai giochi geometrici e alle presenze angeliche che riflettono la solennità e la vivacità tipiche dello stile barocco, questi dettagli architettonici non solo enfatizzano la bellezza formale, ma trasmettono anche un senso di armonia visiva.
Tutta la decorazione viene impreziosita da tre grande raffigurazioni, di uguale forma e fattura, che rappresentano: San Francesco, la Pietà e l’Arcangelo Michele. Il tutto risulta incorniciato da bellissimi motivi pittorici che valorizzano i colori cupi e drammatici delle tele interne, contrastandoli con i colori predominanti esterni, ovvero il turchese e l’ocra, sapientemente stesi per creare effetti di profondità e luce. Infatti gli sfondi riflettono la luce naturale che filtra dalle finestre, conferendo all’ambiente un’aura di sacralità e raccoglimento.
Il primo è San Francesco nel momento in cui riceve le stimmate sul monte Verna. Purtroppo il volto del santo è quasi completamente scomparso; tuttavia si conservano intatti gli elementi caratteristici e il pathos dell’episodio agiografico.
Più movimentato e complesso, invece, è il secondo riquadro che propone la deposizione di Cristo dalla croce. In esso possiamo notare il sepolcro pronto per accogliere le spoglie del Cristo morto, sorretto dalla Maddalena e da una pia donna, mentre la Madonna volge uno sguardo affranto al cielo. Lateralmente è riconoscibile San Giovanni che parla con un uomo quasi alienato dal contesto. Ai piedi di Cristo, ci sono i simboli della passione: i chiodi, la corona di spine, il mantello rosso e la scritta I.N.R.I. In alto, i putti accompagnano una figura non meglio identificabile a causa delle condizioni non ottimali (potrebbe essere l’Onnipotente) che assiste alla scena, quasi a rivendicare l’accaduto.
Nel terzo e ultimo riquadro, quello che personalmente preferiamo, appare San Michele nell’atto di scacciare i demoni. L’Arcangelo è raffigurato secondo la tradizionale iconografia con spada, armatura e ali spiegate. Al suo cospetto si agitano sei demoni dalle fattezze mostruose, con ali da pipistrello, che tentano invano di opporsi al suo potere; tra di essi spicca Lucifero che viene respinto con decisione dal Santo, premendogli il piede contro il corpo in segno di trionfo definitivo sul male. La composizione del quadro e altre caratteristiche, come la resa anatomica (si vedano i muscoli tesi di Lucifero), farebbero pensare a un prodotto di gusto manierista; tuttavia riteniamo che anche questo sia coevo al restante ciclo pittorico.
Completata l’analisi dell’opera, ci è possibile adesso affrontare il tema spinoso dell’autore e, come spesso accade, ci troviamo a brancolare nel buio e ad affidarci a congetture; non vi sono, infatti, firme visibili (almeno a prima vista, anche se non escludiamo che possano celarsi in qualche angolo) né alcun riferimento bibliografico utile. Dopo varie ricerche, abbiamo individuato un pittore che ha operato nel sud Italia e che ha realizzato un dipinto su tavolato nella chiesa di frati minori osservanti (una ragione in più per avere conferma sulla nostra ipotesi) di S. Maria delle Grazie a Petilia Policastro (Crotone); ciò, insieme a una corrispondenza nei tratti figurativi e nelle tecniche utilizzate, avvalorerebbero la nostra idea: il pittore in questione è Cristoforo Santanna (Marano Marchesato 1734 – Rende 1802). Riportiamo di seguito alcune immagini del soffitto della suddetta chiesa, anche se disponibili, purtroppo, solo in bianco e nero.
Per concludere, a prescindere dalle nostre congetture che ci piacerebbe un giorno sapere confermate oppure smentite, ribadiamo quanto sia importante prestare maggiore attenzione a queste testimonianze artistiche, soprattutto se si considera l’unicità delle opere che abbiamo il vanto di includere nel nostro patrimonio culturale. Il soffitto dipinto di Santa Maria della Pietà ne è un esempio significativo, in quanto incarna l’essenza dell’arte senza tempo e sarebbe bello, magari, poter restituire e ammirare la brillantezza e la bellezza originaria dei tempi che furono.
Annarita e Gianni Mentana






