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27 Novembre 2022
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Dialettando 131 – Modi di dire Lucerini

realizzazione siti web Lucera

Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 131

A Lucera non si dice “Sono rimasto sbalordito e senza parole” ma si dice
– “ME SÒ FÁTTE QUÁND’E ‘NA FURMÍCHE E ME SCENNÚTE ‘A LÈNGA NGÁNNE

A Lucera non si dice “ I pruriti sessuali inducono spesso a condotte da non citare” ma si dice
– “A VRACHÈTTE NTÉNE RESPÈTTE

A Lucera non si dice ” È stato messo alla porta e adesso non fa che lamentarsi “ma si dice
– “À RECEVÚTE NU BBÈLLE SCACCIÓNE, MÒ STÁCE FACÈNNE NU GLORIAPÁDRE

A Lucera non si dice “Ce ne sbattiamo alla grande” ma si dice
– “O CHJÓVE O TÍRA VÍNDE, A NÚJE NEN NGE NE FRÉCHE PROPEJE DE NÍNDE

A Lucera non si dice ” Vivono da perdigiorno, senza poterselo permettere!” ma si dice
– “NEN TÈNENE TÁZZE E VÉVENE CÁFÈ!

A Lucera non si dice ” È messo veramente malissimo” ma si dice
– “STÁCE P’I ROTE PE NDÈRRE E PIOMBE A TUTT‘I PÁLE!

A Lucera non si dice ” Chi è appoggiato va sempre avanti” ma si dice
– “CHI TÉNE U MBRÈLLE NEN NZE MBONNE

A Lucera non si dice “La sua indecisione gli ha fatto fare la scelta meno appropriata“ ma si dice
– “È JÚTE GERÁNNE GERÁNNE PE FENÈSSCE ND’A MÈRDE

A Lucera non si dice “È un imbecille che cerca di farsi credere più importante di quanto in realtà è “ ma si dice
– “ASSEMÈGGHJE A NU CÁCCHJE MBERNACCHJÁTE

A Lucera non si dice ” A disgrazia si è aggiunta disgrazia“ ma si dice
– “U PUTRUSÍNE ÈRE GIÀ MÚSSCE, PO’ JÍJE U CÁNE E CE PESCIÁJE SÓPE

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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LA RAGIONERIA il nuovo libro di Lino Montanaro e Lino Zicca

“Storie da scuola: Un album di ricordi, di fatti, di aneddoti e personaggi”

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