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19 Maggio 2022
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Dialettando 258 – Modi di dire Lucerini

Dialettando 39 - Modi di dire Lucerini
realizzazione siti web Lucera

lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 258

A Lucera non si dice “Ha l’abitudine di allungare troppo le mani con le donne” ma si dice
– “QUILL’ÓME ÉJE TROPPE RTETECÚSE, ÉJE CIAMBA LONGHE“ – (Traduzione: Quell’’uomo è troppo irrequieto, è una mano lunga )

A Lucera non si dice
– “Fu un intervento inaspettatamente fortunato, opportuno, utile, vantaggioso“ ma si dice
– “E FFUJE ACQUE STUTATE U FÚCHE – (Traduzione: E fu come l’acqua che spense il fuoco)

A Lucera non si dice “Ogni comportamento ha una sua conseguenza” ma si dice
– “SI CHIANDE CAVELÈFFIÓRE, NNE NASSCENE CIME DE RAPE” – (Traduzione: Se pianti cavolfiori, non nascono le cime di rape)

A Lucera non si dice “Quella è una donna considerata non per le sue qualità umane, ma solo come strumento di piacere sessuale” ma si dice
– “Quell‘A FÈMMENE È MMESÁLE DE TAVELE, OGNEVÚNE SE PULIZZE“– ( Traduzione: Quella donna è una tovaglia, ognuno si pulisce)

A Lucera non si dice ” Ti vuoi finalmente sbrigare?” ma si dice
– “MA CHE STAJE A CUUÀ L’ÓVE?” – (Traduzione: Ma che stai a covare l’uovo?)

A Lucera non si dice “Sono veramente infuriato “ ma si dice
– “OGGE TÉNGHE NU CIFRE PE CAPILLE “ – (Traduzione: Oggi ho un diavolo per capello)

A Lucera non si dice “Questo debito non verrà mai saldato ” ma si dice
– “SCRIVELE ND’U LIBBRE U SCÚRDE” – (Traduzione: Scrivilo nel libro delle dimenticanze)

A Lucera non si dice “Non si è curato per niente dei suoi malanni” ma si dice
– “L’À VUTÁTE A TTERETOZZELE” – (Traduzione: L’ha girata a niente)

A Lucera non si dice “Ognuno guarda al proprio interesse“ ma si dice
– “U CANE CORRE A NDÒ STACE L’ÚSSE” – (Traduzione: Il cane corre dove sta l’osso)

A Lucera non si dice “Ormai è giunta la sua ora” ma si dice “TÈNE GGIÀ U PRÉVETE ANNANZ’U LITTE, STACE A MUMMÈNDE “ – (Traduzione: Ha già il prete vicino al letto, sta a momenti)

 

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COPERTINALINO MONTANARO E LINO ZICCA, ECCO IL NUOVO LIBRO

Ci siamo! Finalmente la tipografia Grafiche Catapano ha finito di stampare il nuovo libro di Lino Montanaro & Lino Zicca: “LUCERA DI UNA VOLTA ” che raccoglie oltre 120 brani di storia sommersa relativi a modi di dire, usanze, credenze, che riguardano pratiche religiose, usanze del ciclo della vita, pratiche e forme di magia, valore e svolgimento di feste religiose e civili, metodi per prevedere il tempo durante tutto l’arco dell’anno, scuola, personaggi, luoghi, giochi ed altro della Lucera di una volta.

Com’è possibile prenotarlo?

Il libro è disponibile presso Libreria Catapano in Viale Dante Alighieri, 1 a Lucera. E’ anche possibile prenotarlo direttamente da questa pagina, inviando un’email a: montanaro.lino@libero.it

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

 

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