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14 Aprile 2024
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Bar De Chiara Copertina

Il libro “Bar De Chiara”, Premessa

realizzazione siti web Lucera

Libro Bar de Chiara

Premessa

Lucera

Il paese di trentacinquemila abitanti sta nel centro del Tavoliere, adagiato su tre colli tondeggianti ed uniti che sembrano “porri” sorti su una pianura larga.

Non ci sono grattacieli, ma ci sono: la fortezza svevo-angioina, posata sul colle Monte Albano, il più alto; la più bella villa comunale, situata sul colle Belvedere con un panorama che spazia dai Monti Dauni allo sperone del Gargano, da dove nei giorni chiari si vede nitida la bianca vetta della Maiella; il cimitero e la chiesa della Spiga situati sul colle Montesacro. Mentre l’anfiteatro romano, la Basilica cattedrale, la chiesa di san Francesco, il Tribunale, il museo civico Fiorelli e il paese vecchio con le sue tante piazzette, sono situati sui versanti dei colli Belvedere e Montesacro, dalla parte che declina dolcemente verso la pianura e Foggia.

Il paese si chiama Lucera e si fregia del titolo “Città d’Arte”. Era un paese di braccianti e ortolani, di operai e artigiani, d’impiegati e commercianti, di avvocati e preti, di poeti e intellettuali, di studenti e professori, di giovani e anziani. Un paese con molte scuole, un grande oratorio murialdiano, un campo sportivo, varie associazioni culturali e ricreative e tanti bar al centro e in periferia.

Foto con la Famiglia De Chiara

Bar De Chiara

In piazza Duomo, di fronte alla trecentesca Basilica cattedrale, sta il bar De Chiara.

Un bar storico e famoso, da qualche anno chiuso. Al tempo dei fatti, il bar era gestito da don Salvatore, il padre, e da Sandrino e Mario, i due figli. Il padre e Mario lavoravano nel laboratorio di pasticceria, mentre Sandrino, con il suo camice nero, gestiva il bancone e il rapporto con i clienti, aiutato da un giovane biondo collaboratore e anche da suo fratello Mario nei momenti di punta.

L’insegna del bar porta ancora la scritta “Allievo Van Bole & Feste”.

Dalla fine dell’ottocento alla fine del novecento Van Bole & Feste (nome complicato, metà fiammingo e metà napoletano) è stato uno dei caffè-pasticceria più amato a Napoli. Punto di ritrovo di intellettuali e artisti; è stato soprattutto dolceria di alta qualità ed eccellente scuola di pasticceria.

A quella scuola si sono formati i pasticceri De Chiara che, nel rispetto della tradizione, hanno sfornato per anni i cannoli, le zeppole, le paste, le cassate e i semifreddi migliori non solo di Lucera ma della Capitanata.

Il bar era composto di più locali.

Nel primo locale si accedeva attraverso una porta di vetro, con stipiti fatti dalle vetrinette espositive di prodotti dolciari e di liquori. Di fronte all’entrata c’era il bancone. In un angolo, poggiata sul bancone, trovava spazio una “vetrinetta piatta” ove venivano esposte le paste fresche; alle spalle del bancone c’era un grande specchio con delle mensole sulle quali erano messe in bella mostra decine di bottiglie di liquori, alcune di ottimo cognac.

Appena entrati, sul muro destro c’era il telefono a gettoni che, a differenza di tanti bar, non era posizionato in qualche sgabuzzino o sottoscala a fianco delle cassette di birra.

Della stessa grandezza, adiacente e collegato a questo locale, c’era un altro locale, con un altro bancone, con tavolini e sedie ove potersi sedere. Anche alle spalle di questo bancone c’era un grande specchio con delle mensole sulle quali venivano esposte bottiglie di liquori. Poggiata sul bancone, in un angolo, invece, faceva bella evidenza e pubblicità una bottiglia vuota di birra Peroni, alta oltre mezzo metro. Durante i mesi estivi i tavolini e le sedie erano spostati all’aperto, in piazza, nello spazio antistante il bar. Ed il bancone entrava in funzione per la produzione e la vendita dei gelati e dei semifreddi.

Alle spalle dei due banconi esistevano due passaggi che davano in un locale ampio grande quando i due locali di strada. In esso trovavano posto due biliardi, uno per il gioco con le stecche ed un altro per il gioco delle boccette. A un lato del biliardo di boccette erano situati i motori di raffreddamento dei banconi che, quando entravano in funzione, facevano un rumore infernale. I motori erano coperti da robuste cassapanche di legno sulle quali erano solito sedere gli osservatori delle partite.

In questo locale non si poteva giocare la domenica e nei giorni di festa perché i biliardi, coperti con grandi e bianche tovaglie, erano usati come tavoli su cui “sistemare” le paste appena preparate. Mentre le cassapanche, anch’esse ricoperte, erano usate come appoggio per la preparazione dei vassoi di paste e dolci.

Una porta non grande dava in altri locali. Essi erano adibiti a laboratorio di pasticceria ove nessuno ha mai messo occhio e piede, tranne i gestori e i loro collaboratori.

I giovani

I giovani di diverse generazioni frequentavano i bar, le sale gioco dei partiti (Pci e Psi) e delle associazioni (ENAL, Club Foggia, Milan Club, Inter Club), l’oratorio murialdiano dell’Opera Nuova. Ma tanti giovani e studenti di più generazioni hanno frequentato il bar De Chiara, nonostante in questo bar non si giocasse né a carte e né alla “passatella”- un gioco con la birra – ed il gioco del biliardo e delle boccette era praticato in locali angusti e perciò non proprio idonei.

Per tanti giovani di allora è rimasto un mito. Con la chiusura del bar De Chiara si è chiuso un pezzo di storia lucerina e un simbolo della produzione artigianale di qualità.

Il bar De Chiara era il luogo dell’incontro, della conoscenza degli altri, dell’amicizia, dello svago, degli scherzi e a volte dello studio. Lì si parlava di tutto, di scuola, dei fatti della città e del mondo e anche di amori; era il luogo dove si cresceva insieme.

Era il luogo dove s’incontravano tantissimi giovani, senza distinzione di età e condizione sociale e dove le tifoserie delle diverse squadre di calcio si affrontavano in accanite discussioni sull’ultimo acquisto o sull’ultimo derby. Era il bar dove i ragazzi si sedevano ai tavolini senza consumare niente, condividendo le scarse sigarette e dove si trascorrevano interminabili pomeriggi e serate giocando a biliardo, con la speranza di vincere e avere come “premio” una pasta. Era il luogo dove s’inventavano tante goliardate; lì si definivano le diverse tattiche per “abbordare” le ragazze, che il più delle volte non funzionavano, e dove, quando i tentativi di conquista andavano a vuoto, si raccontavano le fantasie che si avevano in testa piuttosto che “storielle” sentimentali realmente vissute.

Davanti al bar De Chiara passavano le ragazze, accompagnate dalle amiche, che cercavano d’incontrare il ragazzo che non si faceva più vedere o con cui avevano litigato. Al bar De chiara arrivavano i padri e i nonni per “chiamare” i propri figli o nipoti.

Ma il bar De Chiara non era solo questo.

Quando ci si dava un appuntamento si diceva “ci vediamo” senza aggiungere altro, senza indicazioni di spazio e di tempo. Vedersi voleva dire bar De Chiara che, per molti, era lo spazio e il tempo insieme; era il luogo dove si svolgeva parte della vita.

Si arrivava sedicenni e si andava via, dopo gli anni del diploma, del servizio militare e dell’università, quando maturi si affrontava una nuova fase della vita.

Questo luogo e tempo era vissuto sotto lo sguardo vigile e attento di Sandrino, Mario e di don Salvatore. Persone eccezionali, di grande umanità. Capaci di sopportare con molta pazienza le mancanze e gli scherzi di cui erano artefici i giovani frequentatori. Persone che li sapevano vedere non come clienti, a volte senza neanche una lira in tasca, ma come giovani che stavano crescendo.

Sono gli anni Sessanta e i primi anni Settanta e il paese vive ancora con i suoi ritmi lenti e i suoi riti. Ma i giovani, prima degli altri, avvertono i segnali di un cambiamento profondo che sta intervenendo e capiscono che forse un mondo sta tramontando. Infatti le nuove generazioni, quelle nate dopo i primi anni cinquanta, troveranno un nuovo modo di crescere e vivere la loro gioventù. Mentre il bar De Chiara non sarà più frequentato come una volta anche se esso resterà fissato e codificato nella memoria come luogo e simbolo di un’epoca che non c’è più, ricco di umanità e di vita.

Nascono qui le nostre storie da bar….. , un album di ricordi, di fatti e fantasie, di aneddoti e di personaggi.

Continua…
Il prossimo capitolo sarà pubblicato martedì 28 marzo.

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