Era il soprannome di un vetturino vissuto alla fine dell’ottocento che aveva l’abitudine di immischiarsi troppo nelle faccende altrui. Questo personaggio è rimasto nella memoria collettiva, fino ai nostri giorni, per alcuni modi di dire, coniati, appunto, proprio per i suoi comportamenti: PECACCHE, P’I ‘MBÍCCE DE L’ÀVETE ÀVEJE ‘MBACCE; PECACCHE P’I ‘MBÍCCE DE L’AVÈTE AVÍJE I BBOTTE, MMÈCE DE QUATTE N’ AVÍJE ÓTTE, o ancora ASSEMÈGGHJE A PPECACCHE, SE VACE METTÈNNE NANZE PE NNANZE P’AVÈ I TACCARATE.
Il significato generale di queste espressioni è che Pecacche non facendosi i suoi affari prendeva sempre botte. Il personaggio, come la maggior parte della popolazione lucerina, economicamente non se la passava per niente bene, per cui fu coniato un altro modo di dire: A MAGNATE PECACCHE, NU MUZZECHE DE PANE E NA VEPPETA D’ACQUE ossia non riuscire mai a fare un pranzo decente. Con il termine “PECACCHE” veniva anche definito chi dipingeva quadri e ritratti che non erano proprio opere d’arte. La domenica, coloro che erano presenti Ammizz’u Lareghe, con la brillantina nei capelli e il vestito della festa, erano indicati così: VÍDE A QUILLE VÌ, PARE CHE L’À PITTATE PECACCHE.
La foto è puramente indicativa e non corrisponde al soggetto del racconto.

