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20 Settembre 2026
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Pillole Dialettali, I sapori della memoria: ‘A PÍZZE CH’I CÌCULE

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Era un piatto tradizionale che non mancava mai sulle tavole dei lucerini. , Preparato soprattutto nel periodo invernale, ai tempi in cui in tante famiglie si allevava e si uccideva il maiale, con il preciso intento di consumare qualsiasi parte dell’animale macellato, poiché non si buttava via niente.

I cìcule si ottenevano dalla lavorazione del grasso di maiale, che veniva tagliato in piccoli pezzi e messo a cuocere a fuoco lento per far fondere la parte grassa e consentire l’evaporazione dell’acqua in eccesso e, così, si ottenevano delle scaglie ( i cìcule), mentre il residuo liquido servirà a preparare lo strutto (se faceve u grasse a pízze peccenìnne e se mettève a squagghià ‘ndà na bbèlla tejèlle).

Poi s’impastava la farina, fino a ottenere un impasto omogeneo ( ‘a paste avèva èsse líva líve (morbida) pecchè s’èva caputà tanda vote, fin’e quanne nde truuvave che na bbèlla pasta sfoglje annanz’a l’úcchje).
A questo punto all’interno dell’impasto si aggiungevano i cìcule e il sale, mègghie ère se ce mettìve nu poche de peperungìne macenate, accussì aèsceve rusciazze.

Gli ingredienti erano progressivamente incorporati nell’impasto con una serie di pieghe, fino a ottenere un panetto compatto e non appiccicoso, che, alla fine, veniva steso definitivamente in una teglia (‘a stajnate), portata o fúrne per la cottura, per poi mangiarla cavede e rusecarèlla, rusecarèlla.
Oggi ‘a pízze ch’i cìcule viene preparata da gustare come merenda salata e i cìcule sono ricavati del lardo acquistato dal macellaio o al supermercato.

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