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Il 6 novembre le due preziose teste votive in terracotta saranno finalmente esposte al pubblico. Una storia iniziata nel 2019 grazie all’iniziativa di cittadini e della Fondazione Apulia Felix. Ma sono ancora tanti i reperti che attendono di essere valorizzati
Sette anni. Anzi, oltre duemila anni e sette anni. Tanto è trascorso prima che due importanti testimonianze della storia archeologica di Lucera potessero finalmente tornare a disposizione della comunità. Una vicenda dai tempi sorprendentemente lunghi, che oggi arriva però a un risultato positivo: dal prossimo 6 novembre le due teste votive in terracotta provenienti dalla celebre Stipe del Salvatore saranno finalmente esposte al pubblico.
L’annuncio è stato dato ieri dal sindaco Giuseppe Pitta, nel corso della conferenza stampa dedicata alla restituzione alla città di questi preziosi reperti.
Per comprendere il significato di questa esposizione bisogna tornare al 2019, quando alcuni cittadini, riuniti nel Comitato Civico Custodi della Memoria, decisero di compiere un gesto tutt’altro che scontato.
Con il sostegno fondamentale della Fondazione Apulia Felix, furono acquistate le due testimonianze archeologiche con l’obiettivo di sottrarle alla dispersione e riportarle nella loro città d’origine.
Da quel momento, tuttavia, è iniziato un percorso istituzionale durato anni, tra procedure, autorizzazioni e attese, prima di arrivare alla possibilità concreta di mostrarle nuovamente ai cittadini.
Sette anni per trasformare un atto di generosità e di amore per la propria terra in patrimonio finalmente fruibile dalla collettività.
Un tempo che inevitabilmente fa riflettere, soprattutto quando si parla di beni culturali e di reperti che appartengono, idealmente, alla memoria di un’intera comunità.
Le due teste votive potranno essere ammirate dal pubblico e tornare così a raccontare, attraverso la loro presenza materiale, una parte della storia antica di Lucera.
Per questo è doveroso rivolgere un ringraziamento a quanti, nel 2019, decisero di impegnarsi concretamente affinché questi reperti non andassero dispersi, così come alla Fondazione Apulia Felix, che ha fornito un sostegno determinante all’iniziativa.
L’appuntamento è dunque per il 6 novembre, quando i cittadini potranno finalmente riappropriarsi di un altro piccolo, ma prezioso frammento della propria storia.
La vicenda delle due teste votive apre inevitabilmente una riflessione più ampia.
Sono ancora numerosi i reperti e gli oggetti legati alla storia archeologica di Lucera che attendono di essere conosciuti, catalogati, studiati ed eventualmente esposti.
E proprio su questo punto sarebbe importante che la città potesse avere maggiore chiarezza.
Un altro tema che meriterebbe un approfondimento riguarda infatti il materiale archeologico progressivamente recuperato e depositato presso il Museo di Lucera. Sarebbe fondamentale disporre di un inventario aggiornato, completo e facilmente consultabile dei reperti custoditi, con una precisa documentazione della loro provenienza, consistenza e collocazione.
Non si tratta soltanto di una questione amministrativa o organizzativa. Senza una conoscenza puntuale di ciò che è effettivamente custodito nei depositi, diventa difficile avere una reale percezione della consistenza del patrimonio archeologico della città e, soprattutto, valorizzarlo attraverso studi, ricerche ed esposizioni.
Ma esiste anche un aspetto ancora più delicato: un patrimonio che non viene adeguatamente inventariato, catalogato e tracciato è inevitabilmente più difficile da controllare. In caso di trasferimento, smarrimento o, nel peggiore dei casi, sottrazione di un reperto, l’assenza di una documentazione completa renderebbe molto più complicato accertare cosa sia effettivamente venuto a mancare.
È una questione che meriterebbe una risposta chiara e documentata da parte degli organismi competenti.
Perché Lucera non ha soltanto un patrimonio archeologico da riscoprire: ha anche un patrimonio che deve essere conosciuto, censito, tutelato e reso accessibile.
Dopo aver atteso sette anni per vedere finalmente esposte due preziose testimonianze della Stipe del Salvatore, l’auspicio è che per gli altri reperti non sia necessario aspettare altrettanto.

