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21 Settembre 2021
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Sfogliando: “C’AMME FATTE ‘A MAJÈSTRE I CRIJATÚRE?”

I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“C’AMME FATTE ‘A MAJÈSTRE I CRIJATÚRE?”

maestra-asilo

Traduzione: “Abbiamo fatto l’asilo dei bambini?“.

Significato: Qui c’è una grande confusione.

Curiosità: Una volta a Lucera, e non solo, l’uomo andava a lavorare nelle officine e nei campi mentre la donna accudiva ai figli. Succedeva, però, che per ragioni economiche gravi o per aiutare il capo famiglia nei lavori dei propri campi, anche la donna fosse costretta ad andare a lavorare. A questo punto si creava il problema (del resto molto attuale) di affidare i bambini a qualcuno, quando non potevano essere i nonni o qualche parente a occuparsene. A quel tempo esisteva una figura femminile, non maritata o vedova e che abitava in un “suttane” (pianterreno), alla quale venivano affidati i bambini. Comunemente era chiamata ‘a majestre i crjiatúre (la maestra dei bambini); una sorta di babysitter “ante litteram” che assicurava a pagamento, spesso ricompensata con beni alimentari, un “servizio sociale”. Fino ai primi anni della seconda metà del secolo scorso, in questa specie di asilo a tempo pieno, i bambini impegnavano parte della lunga giornata giocando, ascoltando cúnde (racconti) e filastrocche, cantando. Tutto ciò, spesso, non accadeva. Succedeva che i bambini, poco sorvegliati, facevano quello che volevano, litigavano, si picchiavano, piangevano, mentre ‘a majestre (la maestra) era intenta alle proprie faccende domestiche. A quel punto interveniva per punire i più discoli, facendoli inginocchiare sui ceci, mettere con la faccia contro il muro o indossare un cappello con le orecchie a punta, ricavato da un giornale. A una certa ora i bambini potevano mangiare la modesta colazione che avevano portato da casa nda mappetèlle o nd’o panarìlle (in un tovagliolo ripiegato o in un cestino). Per quanto si trattasse di un “asilo” molto economico, non sempre le famiglie se lo potevano permettere e allora si ricorreva giocoforza a mammanonne (alla nonna, soprattutto materna) che era costretta, a volte, a seguire più nipoti, giacché all’epoca le famiglie erano sempre abbastanza numerose. La diffusione delle scuole materne ha decretato l’estinzione di questa figura femminile e di questo mestiere, che oggi è solo un filo della memoria.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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